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Home » Terni, vendita Ast: «Non commettere l’errore del 2014»

Terni, vendita Ast: «Non commettere l’errore del 2014»

di Simone Francioli
26 Ottobre 2020
in Ast, In evidenza, Opinioni
Tempo di lettura: 3 minuti di lettura
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di Federmanager Terni

La storia è maestra di vita ripeteva il Manzoni nei suoi Promessi Sposi. Un insegnamento millenario che non sembra venga tanto tenuto in debito conto quando dobbiamo provare a leggere le attuali (e passate) vicende dell’Ast.

TUTTO SU AST

Nel 2014 in pochi si accorsero che lo snodo del futuro della fabbrica ternana passava per Bruxelles tanto che poi qualche politico, a cose decise, forse per tacitarsi la coscienza provò a leggere la conclusione con il parametro del bicchiere mezzo pieno sostenendo che la soluzione decisa dalla CEE ‘innalzava’ Terni a quarto player europeo nel settore dell’acciaio inossidabile. Quanto quella decisione ci sia costata è cosa nota: circa 400 persone in meno nella forza lavoro ed una riorganizzazione che non solo ha stravolto gli assetti ma di fatto ha trasformato una realtà multisocietaria in un mero stabilimento (che fosse sartoriale o meno poca importa). Ma soprattutto un taglio di circa 400 mila tonnellate di acciai speciali di cui il sistema industriale italiano si privava e non certo per scelte di mercato.

Nel tavolo del Mise del 21 ottobre nonostante da molte parti si rivolgesse un pressante invito al Governo italiano perché coinvolgesse, nella procedura di vendita, la Commissione Europea, la risposta della sottosegretaria Todde è riassumibile in un impegno a farlo ma solo nel contesto di un piano nazionale della siderurgia che assicuri competitività al sistema siderurgico italiano, agendo sui fattori di produzione e attingendo alle possibili risorse del Recovery Fund.

L’intenzione in sé non è certo meritevole di disapprovazione; al netto della verifica dei contenuti, un piano industriale per il settore nazionale (e auspicabilmente europeo) dell’acciaio è condivisibile. Ma, relativamente al problema sollevato durante il confronto al Mise, l’affermazione rischia di non essere condivisibile sia sul piano logico che su quello temporale. Sul piano logico perché la pressione che si chiedeva di esercitare sulla commissaria Vestager era per ottenere una conferma circa la validità attuale dei presupposti e dei requisiti ritenuti indispensabili nel 2014 all’atto del riacquisto autorizzato in favore di Thyssenkrupp. Un chiarimento che non può che venire da Bruxelles dato che la decisione della costituzione del quarto player europeo come delimitata dalla COMP 7134 era di loro esclusiva responsabilità. Una delucidazione, inoltre, che avrebbe una valenza non secondaria nel definire il perimetro e le regole a cui dovrebbe attenersi la parte venditrice nella sua procedura di cessione (parziale) del comparto e degli asset industriali che gli erano stati assegnati.

Se intesa limitatamente a questo pur importante aspetto non crediamo che esigere una risposta ed una presa di posizione preliminare richieda, da parte dell’Italia, una contestuale proposta di pianificazione nazionale. Sul piano temporale perché non sfugge che i tempi di predisposizione di un progetto nazionale per il settore dell’acciaio non siano perfettamente coincidenti con quelli del timing della vendita. Per cui l’asimmetria della sequenza rischia che il coinvolgimento della commissione avvenga quando le trattative e relative decisioni possono essere state già assunte.

Non commettiamo lo stesso errore del 2014! È un bene che resti aperto il canale comunicativo con l’attuale azionista sia esso Thyssenkrupp o multi tracks, così come è importante che in questo spazio temporale che contraddistingue la procedura di vendita si cerchi di concordare con l’azionista decisioni e attività che attengono agli aspetti operativi sia della produzione che della distribuzione ma, nel contempo, è assolutamente indispensabile che il campo di gioco e il quadro di riferimento comunitario siano chiarite preliminarmente e questo non spetta né alle parti sociali né ai soggetti istituzionali locali. Può farlo solo il Governo. Di qui l’invito pressante a non rimandarlo.

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