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Home » Covid a 22 anni: «Serve più responsabilità»

Covid a 22 anni: «Serve più responsabilità»

di Fabio Toni
22 Ottobre 2020
in Ambiente e salute, Coronavirus, In evidenza, Opinioni
Tempo di lettura: 3 minuti di lettura
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di Alessia Bragiola

Io positiva al Covid-19 e quella sensazione di sensi anestetizzati. Non ho mai preso questo virus per scherzo e ho sempre rispettato le regole. Però per sconfiggerlo è necessaria la responsabilità di ognuno. Oggi più che mai ‘responsabilità’ è la parola d’ordine, perché non basta indossare una mascherina e disinfettare le mani.

Alessia Bragiola

Dopo la scoperta della mia positività al Sars-Cov-2 mi ha contattato il medico della Usl per il tracciamento di tutti i contatti stretti avuti nelle 48 ore precedenti ai miei sintomi. Nonostante questa misura, che potrebbe veramente salvarci da un secondo e doloroso lockdown totale, reputo come tanta gente sia ancora troppo irresponsabile. Pur di dileguarsi dalla quarantena è capace di dichiarare che quel soggetto non l’ha visto né tantomeno sentito. Lo stesso che poi nega può andarsene poi in giro indisturbato, magari contagiando e non rendendosi nemmeno conto.

La mia convivenza con il Covid-19

Tutto è iniziato improvvisamente una mattina, quando al risveglio ho notato una sensazione di raffreddore. Ho subito provato ad annusare l’olio essenziale di eucalipto e fortunatamente l’ho percepito. Inizio a far colazione ma tutto quello che ho nel vassoio non ha nessun sapore, i cereali, il latte, il caffè. Non sento più nessun gusto. Tra olfatto e sapori è tutto sparito in un istante. Ho pensato allora di provare qualche rimedio farmacologico, tra gocce, spray e areosol, ogni soluzione è però risultata del tutto inefficace. Immediatamente, ben sapendo che un sintomo del genere e per di più comparso all’improvviso è facilmente riconducibile ad una probabile infezione da Sars-Cov-2, ho deciso di mettermi preventivamente in isolamento. L’idea oscilla tra il pensiero che i miei sensi siano stati ‘momentaneamente’ coperti a causa del raffreddore e un un’ipotesi che da ‘ipocondriaca’ non posso assolutamente scartare. Sotto sotto penso che non può essere un semplice raffreddore. Sabato mattina mi sveglio, faccio colazione e ancora il gusto è del tutto assente. Mi rendo conto ancora di più che la mia bocca è completamente anestetizzata. Provo a odorare l’alcol etilico. Niente. Mi lavo i denti ma sento esclusivamente lo spazzolino che passa tra i denti. Chiedo a mia madre di provare a fare un tampone il prima possibile. Il primo posto disponibile è lunedì nel tardo pomeriggio.

‘Meglio prevenire che curare’

Dopo il pranzo, senza aver sentito alcun sapore né odore, mi sento veramente sconfortata. Il giorno dopo sarei dovuta andare alla trasmissione ‘Il calcio in piazzetta’ a UmbriaTv, prima di avvisare che per cautela non sarei andata, decido di aprire la segnalazione alla Usl per cercare di avere possibilmente un tampone entro lunedì sera. Nel frattempo, sabato pomeriggio comunico ufficialmente che non sarei andata alla trasmissione, per la cautela di tutti.

L’odissea del tampone

Da quel momento è iniziata l’odissea. Inizio a chiamare il numero verde per sentire se potevano aprirmi la segnalazione e, dopo un’ora di attesa, mi rispondono che l’avrebbero aperta direttamente loro e di attendere. Al quel punto ho iniziato a domandarmi che tipo di attesa fosse stata, cosa dovevo fare nel frattempo, se era necessaria l’impegnativa di un medico. Richiamo il numero verde e un’altra operatrice mi comunica che non era il numero da chiamare per aprire le segnalazioni, il loro compito è a solo scopo informativo. Mi sento dire che la segnalazione può aprirla solo il medico curante, ma che essendo sabato bisognava contattare la guardia medica. Poco dopo procedo e contatto la guardia medica. L’operatore mi chiede tutti i dati e mi assicura di aver aperto la segnalazione e che entro la giornata di lunedì sarebbero venuti a farmi il tampone direttamente a casa. Il giorno dopo, non avendo visto nessuno che fosse venuto a casa a farmi il ‘benedetto’ tampone, mi è sorto il dubbio se la guardia medica mi avesse veramente segnalato. Richiamo la Usl e chiedo per precauzione se il protocollo fosse stato aperto o meno. Mi rispondono che non è stata aperta alcuna segnalazione a mio nome. Il mio dubbio è stato così stato confermato.

Al quarto giorno dal primo sintomo importante non mi resta altra scelta. Procedo con il tampone a pagamento in modo da escludere o accertare l’infezione. Dovrò pur sapere se, nel caso di positività, avvertire i soggetti con cui sono stata in stretto contatto. Nella serata del giorno successivo arriva il referto per e-mail. Leggo che è stata rilevata la positività dell’infezione da Sars-CoV-19. Dopotutto c’era da aspettarselo. Finalmente posso togliermi il dubbio ma ribadisco che sono al ben quinto giorno di ‘agonia’. Da quel momento ho iniziato davvero a realizzare che se non avessi avuto questo maledetto sintomo, non avendo mai avuto febbre né un colpo di tosse, sarei stata veramente un rischio per la società, per i miei contatti più vicini. Non mi sarei assolutamente resa conto di niente. Avrei addirittura scambiando questi sintomi per la stanchezza o perché no, per gli sbalzi di temperatura, che in fondo sono caratteristici della stagione autunnale.

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