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Home » Covid: «Caos sanità. Paghiamo danni della ‘variante veneta’»

Covid: «Caos sanità. Paghiamo danni della ‘variante veneta’»

di Simone Francioli
9 Febbraio 2021
in Coronavirus, In evidenza, Opinioni, Politica
Tempo di lettura: 2 minuti di lettura
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della Cgil di Perugia

Siamo arrivati ad un livello di improvvisazione e pressapochismo, soprattutto nella gestione della sanità, in una fase delicatissima come quella pandemica, che è del tutto insostenibile. La situazione è ormai al collasso sia negli ospedali (a partire da quello di Perugia) dove le terapie intensive sono ormai vicinissime alla saturazione che nelle Rsa e case di riposo dove il contagio coinvolge una larga parte di ospiti e personale.

SPECIALE COVID – UMBRIAON

Non sono stati approntati piani organizzativi per gestire la seconda ondata, che era stata ampiamente preventivata, e si è quindi fatto poco (o addirittura nulla) sia per quanto riguarda l’approntamento di nuovi posti di terapia intensiva che per quel che riguarda le assunzioni di personale che sarebbe stato necessario, venendo meno anche a impegni presi con le organizzazioni sindacali.

Si sono susseguiti una serie di annunci di iniziative estemporanee, peraltro molto discutibili, (dal salvatore della patria Bertolaso al covid hospital di Civitanova Marche, passando per la riattivazione della clinica privata di Porta Sole a Perugia, solo per dirne alcune) che tali sono rimaste, o iniziative raffazzonate come quelle che hanno portato all’individuazione dei covid-hospital a Spoleto e a Pantalla, senza aver previsto come organizzare nell’emergenza gli altri servizi a partire dalle strutture di pronto soccorso.

L’ospedale da campo di Perugia, atteso per lungo tempo tra rinvii e cambi d’appalto, avrà bisogno di una dotazione di personale aggiuntivo per poter funzionare, che ad oggi non ci risulta disponibile. Le attività chirurgiche sono limitate alle sole urgenze. Il tracciamento dei contatti, indispensabile per l’individuazione e relativo isolamento dei ‘positivi asintomatici’, nei fatti è ‘saltato’.

L’attività diagnostica per immagini ’differita’ e ‘programmata’ (cioè non urgente o a breve termine) è sospesa e determinerà inevitabilmente l’allungamento delle liste di attesa. Ci si continua a muovere con una totale assenza di qualsiasi idea di programmazione, compiendo scelte che mettono in serio pericolo non solo il personale sanitario e quello che vi ruota intorno (appalti, pulizie, assistenza, etc) ma tutti i cittadini, per i quali la risposta sanitaria (non solo per il covid, ma anche per patologie più banali e comuni) allo stato attuale non è garantita.

Per non parlare poi dell’incomprensibile scaricabarile delle misure di contenimento del contagio, affidando prima ai Comuni la decisione di cosa aprire e cosa chiudere, per poi giungere ad una ‘zona rossa’ per la provincia di Perugia, chiudendo anche scuole dell’infanzia e asili nido, con conseguenti gravi difficoltà per le famiglie.

Per uscire dalla pandemia in Umbria prima della ‘inglese’ o ‘brasiliana’ sarà necessario sconfiggere la ‘variante veneta’: se questa giunta regionale non è in grado (o non vuole) ottimizzare e rafforzare il sistema sanitario pubblico, ma magari pensa di lasciare la sanità pubblica nel caos per favorire la crescita di quella privata, mettendo a rischio la salute dei cittadini, è bene che se ne vada.

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