di Rossano Capputi
Presidente provinciale Anpi Terni
Abbiamo appreso che il Consiglio Comunale di Terni ha approvato all’unanimità l’atto di indirizzo per il ‘Percorso del ricordo’ da intitolare a Norma Cossetto, medaglia d’oro al merito civile alla memoria, motivando questa scelta come iniziativa che «non nasce con l’intento di dividere o alimentare contrapposizioni ideologiche, ma con la volontà di offrire uncontributo serio e maturo alla costruzione di una memoria condivisa.
Terni, ok unanime all’atto per il ‘Percorso del ricordo’ con intitolazione a Norma Cossetto
Pur rispettando questa scelta maturata nell’ambito dell’organo più rappresentativo della città ci permettiamo di manifestare il nostro dissenso e la nostra sorpresa. Come ci ricorda Antonio Gramsci «Dire la verità alle masse – anche quando è scomoda – ha un valore profondamente rivoluzionario, perché rompe illusioni, retorica e conformismo». Ma la verità bisogna raccontarla tutta e non isolare un fatto singolo seppur atroce e condannabile.
Come Anpi provinciale ci siamo soffermati a riflettere e ricordare con due iniziative pubbliche, l’ultima in occasione della giornata del ricordo, su quella che fu una tragedia causata soprattutto dal fascismo e da mussolini. Gli storici intervenuti hanno fornito molti elementi tesi a comprendere la complessità di quanto accaduto sul fronte ‘adriatico’ ben prima della seconda guerra mondiale, hanno inoltre illustrato quante siano state le difficoltà e le violenze subite dalle diverse popolazioni che risiedevano nella area Giuliano- Dalmata.
Ma «al crescente successo delle azioni partigiane slovene ed al radicalizzarsi della contrapposizione fra la popolazione e gli occupatori Mussolini rispose trasferendo i poteri dalle autorità civili a quelle militari, che adottarono drastiche misure repressive. Il regime d’occupazione fece leva sulla violenza che si manifestò con ogni genere di proibizioni, con le misure di confino, con le deportazioni e l’internamento nei numerosi campi istituiti in Italia (fra i quali vanno ricordati quelli di Arbe, Gonars e Renicci), con i processi dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la distruzione di beni, con l’incendio di case e villaggi. Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi. I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne e bambini, e molti morirono di stenti. Furono concepiti pure disegni di deportazione in massa degli sloveni residenti nella provincia».
Questi, molto brevemente i fatti da cui non si può prescindere. La deformazione sistematica della storia, o il racconto parziale non aiuta a comprendere la tragedia vissuta dalle popolazioni italiane e slovene. E la conclusione non può essere che non c’è una parte giusta e una parte sbagliata e la pietà e il dolore per migliaia di morti e di sofferenze, non ha niente a che vedere con quella che qualcuno continua a chiamare ‘memoria
condivisa’.






