In giorni fatti anche di polemiche sul piano urbanistico, estetico e storico per l’intervento avviato dal Comune di Terni in piazza Ridolfi – ora fermo in attesa, sembra, di ulteriori approfondimenti -, abbiamo interpellato il presidente dell’Ordine degli architetti della provincia di Terni, Stefano Cecere, per fare un punto a 360 gradi, anche sul valore di Terni in relazione alla preziosa eredità ridolfiana.
Architetto Cecere, perché oggi è così importante parlare della tutela dell’architettura contemporanea, specialmente in una città come Terni?
«Perché in città come Terni la contemporaneità non è un’aggiunta: è l’ossatura stessa della città moderna. Dopo le devastazioni belliche, Terni ha visto una ricostruzione guidata da una visione architettonica colta e ambiziosa, grazie a figure come Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl. Difendere quel patrimonio significa tutelare l’identità moderna della città, che ha saputo reinventarsi senza dimenticare la propria storia. Terni non è una città ‘qualsiasi’: è uno degli esempi più rilevanti in Italia di ricostruzione urbana d’autore».

Recentemente si è parlato del rischio di danneggiamento della pavimentazione di corso del Popolo. Cosa rappresenta questo spazio?
«Quella pavimentazione, progettata nel 1959 su progetto di Ridolfi, è parte integrante di un disegno urbano pensato come architettura a terra. Si può pensare che la stessa non può essere chiamata ‘piazza’ ma una qualificazione di ciò che sarebbe dovuta essere in seguito con il famoso ‘uovo di Ridolfi’. Comunque è molto più di una finitura: è un dispositivo spaziale, una grammatica urbana che ordina percorsi, direzioni e relazioni. Ridolfi qui richiama esplicitamente la cultura barocca romana, in particolare la linea spezzata borrominiana, che lui reinterpreta in chiave moderna. L’intervento previsto, e ora ripensato, rischiava di distruggere questo equilibrio. Bisogna comunque capire che la pavimentazione attuale è dissestata e quindi giustamente l’amministrazione sta cercando di prendere le dovute soluzioni. Ad oggi si sono fermati i lavori su ogni cognizione di ciò che si voleva fare. Ricordo che dove c’è un’opera d’arte pubblica, andrebbe sempre tutelata come bene culturale e sono sicuro che questo sarà fatto».
La linea spezzata è un elemento che ricorre spesso nei progetti di Ridolfi. Dove possiamo ritrovarla?
«La linea spezzata è una costante del linguaggio neorealista di Ridolfi, specialmente a Terni. Oltre la pavimentazione di corso del Popolo e piazza Europa, la ritroviamo nella in Casa Lina, un capolavoro di composizione planimetrica dove la frattura diventa gesto funzionale e poetico. Oppure nella Casa Chitarrini, dove la geometria articolata si fa racconto domestico e urbano insieme. È un segno, un codice, con cui Ridolfi risponde alla rigidità della città razionalista e alla tabula rasa lasciata dai bombardamenti. È architettura che pensa, che dialoga con il contesto e con la storia».
Come mai, secondo lei, oggi questo patrimonio è così fragile?
«Perché non viene ancora percepito come ‘storico’. C’è ancora una certa resistenza, anche istituzionale, a riconoscere valore artistico e culturale all’architettura del secondo Novecento. Ma il tempo corre, e molte di queste opere rischiano alterazioni irreversibili. Serve un cambio di passo, a partire dal censimento delle architetture di valore contemporaneo, come sta facendo il ministero della Cultura. Terni dovrebbe essere al centro di questa mappatura. È un patrimonio da studiare, raccontare, e soprattutto proteggere».
Quali strumenti servono concretamente per proteggere l’eredità ridolfiana a Terni?
«Tre, in sintesi: conoscenza, pianificazione, coraggio. Conoscenza, perché servono studi aggiornati, schede analitiche, documentazione seria. Pianificazione, perché i piani urbanistici devono riconoscere vincoli, destinazioni e relazioni storicizzate. E infine coraggio: quello delle amministrazioni locali nel saper dire ‘no’ a interventi casuali o dannosi, anche quando camuffati da ‘riqualificazione’. Un esempio, il lampione centrale con la sua aiuola che, ricordo, non è una rotonda. Questo può essere sostituto da una scultura o qualsiasi altra soluzione di arredo ma sempre, augurandomelo, con la partecipazione dell’Ordine che è detentore del patrimonio storico urbanistico della ns città».
Se questo patrimonio venisse perso, cosa perderebbe davvero la città?
«Perderebbe la sua voce originale nel coro dell’architettura italiana. Perderebbe l’occasione di raccontarsi come città che, nel dopoguerra, ha creduto nella modernità come progetto etico e sociale, non solo estetico. Perderebbe una parte della sua anima. L’architettura di Ridolfi e Frankl a Terni non è solo forma: è memoria, è cultura, è la prova visibile di una volontà collettiva di rinascita. E ogni volta che la compromettiamo, tagliamo un pezzo di quella storia».






