di Giovanni Cardarello
Lunedì 15 settembre per 105.204 studenti residenti in Umbria suonerà la prima campanella dell’anno scolastico 2025/2026. E sarà una prima campanella alla quale farà seguito un immediato inasprimento di alcune regole. In particolare, quella sull’uso degli smartphone a scuola.
Un inasprimento frutto delle cosiddette direttive del ministro Giuseppe Valditara. Direttive dove viene ribadito quanto già presente nelle omologhe indicazioni del 1998 e del 2007, ovvero il divieto di utilizzare il telefono cellulare durante le lezioni, estendendo la norma anche alle scuole superiori. L’obiettivo è ridurre le distrazioni, tutelare l’apprendimento e contrastare il cyberbullismo.
Le circolari spiegano, inoltre, che il divieto si applica a tutte le attività didattiche. Anche se poi spetta ai singoli istituti scolastici, in accordo con il collegio dei docenti, definire le modalità concrete per applicarlo. E a proposito di modalità concrete, abbiamo contattato il professor Fabrizio Canolla, preside dell’istituto comprensivo Ipsia-Cpia ‘Sandro Pertini’ di Terni, per dipanare la matassa dei divieti reali e della loro applicazione pratica. Ecco cosa ci ha raccontato.
«In realtà quello che ha fatto il ministro Valditara non è una novità», esordisce con chiarezza il dirigente scolastico. «Ci sono due norme, una del 1998 e una del 2007, che vietano l’utilizzo dei cellulari a scuola. All’epoca si chiamavano cellulari e non smartphone perché non avevano le funzioni che hanno oggi». E spiega: «Ogni scuola, la maggior parte diciamo, ha già nel regolamento di istituto il divieto di usare lo smartphone durante la lezione. E questo perché adesso, con l’intelligenza artificiale, si potrebbero anche fare interi compiti in classe. C’è chi ha provato a fare la maturità in questo modo».
«Quanto al divieto pratico – prosegue Fabrizio Canolla – noi usiamo scatole di cartone dove lasciare gli smartphone. C’è chi compra gli armadietti per gli studenti, chi portaoggetti a scomparti e chi li ripone nei cassetti della cattedra. Il regolamento di oggi, quindi, non è nuovo perché in realtà il divieto esiste da 27 anni. Va detto però che con la tecnologia attuale si possono fare le cose che nel 2007 e nel 1998 non si potevano fare».
E poi c’è il tema dell’applicazione pratica del divieto: qui il preside del ‘Pertini’ chiarisce un aspetto decisivo. «La scuola non può obbligare lo studente che si rifiuta di consegnare il cellulare. Perché in caso contrario, si configura il reato di violenza privata. E nel caso di qualche riottoso, di qualcuno che si ribella, diventa difficile far rispettare la norma, andare là e prendergli il telefono perché dopo il docente passa dalla parte del torto. Oltre alle questioni collaterali».
Canolla racconta un episodio che è davvero paradigmatico. «Nel mio istituto, fino alla pandemia, gli smartphone venivano messi in una scatola. Ma poi accadde che uno smartphone, un iPhone, cadde dalla scatola e si ruppe il vetro. Un danno non banale in termini di costi. La madre del ragazzo pretese il risarcimento da parte della professoressa che c’era in aula in quel momento. E quindi si rischiano contenziosi, avvocati e cose del genere. Quindi, al netto del regolamento, passa tutto per il buonsenso dei ragazzi e per quello dell’insegnante che deve gestire la situazione».
«Va sottolineato – conclude il dirigente dell’Ipsia di Terni – che la maggior parte delle scuole sono dotate dei regolamenti d’istituto che escludono l’uso degli smartphone. Ma è fondamentale l’esempio da parte dei docenti. Se io insegnante metto una nota allo studente che sta usando lo smartphone, e invece nel frattempo lo uso, non sono credibile. Quindi non deve usarlo lo studente ma nemmeno il professore. Fatte salve le emergenze, a scuola si è sempre rintracciabili».
Dello stesso avviso la professoressa Fabiana Cruciani, preside dell’Istituto tecnico tecnologico statale ‘Alessandro Volta’ di Perugia. «La scuola – spiega la dirigente – ha intrapreso da diversi anni una riflessione sull’utilizzo consapevole dello smartphone e l’anno scorso, in qualità di scuola capofila regionale nel promuovere la salute, abbiamo proposto alle scuole dell’Umbria un corso sulla disconnessione che ha portato alla stesura di linee guida sulla disvonnessione che verranno presentate a breve».
E ancora: «All’interno dei fondi del Pnrr avevamo comunque previsto l’acquisto di apposite tasche e armadietti per deporre i cellulari nei momenti di ‘disconnessione’. La discussione sta proseguendo in questi giorni con l’adeguamento al regolamento d’Istituto che presenteremo alla nostra comunità scolastica. Vorrei sottolineare infine – conclude la professoressa Cruciani – che le modalità di utilizzo verranno condivise anche dai rappresentanti studenti e genitori perché la scuola da sempre lavora sull uso consapevole e critico del telefono come da digicomp».
Concetti che si sposano con quanto dichiarato a ‘Il Messaggero Umbria‘ da Caterina Corsaro, segretario regionale della Cisl Scuola. «Proibire non può essere l’unico strumento, educare sarebbe la strada più corretta per un uso adeguato del cellulare». Corsaro però tiene a ribadire che «è vero che c’è un abuso e un impiego errato, ma ci saranno problemi gestionali per i docenti che si ritrovano adempimenti al di fuori del loro profilo professionale, e organizzativi per il dirigente scolastico e il personale che dovranno gestirli, adattandoli alla singola scuola nel rispetto delle norme».
E a proposito di docenti da registrare, infine, che sono 394 i precari che saranno stabilizzati. «Contingente – scrive ‘Il Messaggero‘ – che l’Ufficio scolastico regionale dell’Umbria ha aggiornato rispetto al decreto ministeriale di luglio che autorizzava 548 assunzioni a tempo indeterminato. Il maggior numero di inserimenti riguarda il secondo grado: 157 di cui 110 in provincia di Perugia. Sono invece 109 le assunzioni nella scuola primaria, (36 nel ternano), 93 alle medie, 35 all’infanzia». «Numeri – protesta Corsaro – che non rispondono alle reali esigenze della scuola umbra e che come esito avranno un elevato numero di supplenze, specie sul sostegno».






