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Home » Ast, risposte doverose a chi si chiama ‘Terni’

Ast, risposte doverose a chi si chiama ‘Terni’

di Marco Torricelli
2 Dicembre 2015
in Ast, Economia, Il corsivo, Imprese, In evidenza, Lavoro
Tempo di lettura: 3 minuti di lettura
La ThyssenKrupp Ast

La ThyssenKrupp Ast

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di Walter Patalocco

La sensazione è che l’Ast per la ThyssenKrupp sia un po’ come il cugino povero che dalla campagna è arrivato in città a cercar lavoro: che fai? Bisogna ospitarlo, d’altra parte uno i parenti mica se li può scegliere. Insomma c’è, ce lo teniamo e lo sopportiamo, poi si vedrà. Intanto, l’importante, è che non faccia troppi danni.

Sensazione sbagliata? Sarà… Certo è che non può non nascere quando si notano certi particolari, certe sfumature nemmeno tanto sfumate.

La prima. Il confronto tra il rapporto agli azionisti per l’anno che va da ottobre 2014 a settembre 2015 dei vertici ThyssenKrupp agli azionisti e lo stesso documento del 2004-2005, dieci anni fa.

Era, quello, il resoconto di un anno di attività che sul fronte italiano aveva visto la ThyssenKrupp impegnata in un difficile braccio di ferro. Era l’anno della chiusura della produzione del magnetico, cessata a Terni e trasferita in altri due stabilimenti del gruppo collocati in Germania e in Francia: scioperi, manifestazioni, faccia a faccia col governo italiano.

Faccenda spinosa e impegnativa. Eppure di Terni, del polo degli acciai speciali di Terni, si dava una certa immagine. Si parlava di oltre cento milioni di investimenti, si magnificava la volontà di aumentare la produzione arricchendola di innovazione, si vantava l’iniziativa di produrre coils di acciaio già verniciato e del colore richiesto dal cliente. Si dava puntuale riferimento di vendite, costi, ricavi; si specificava che c’erano 171 dipendenti in Terninox, 2.784 in Ast, 132 in Titania, 171 al Tubificio. Si faceva anche menzione delle partecipate: Aspasiel, le Fucine.

Insomma, il polo ternano in ThyssenKrupp era un membro autorevole della famiglia, che aveva – magari – bisogno di un aiuto per sé e i suoi figli, ma ci si apprestava a fare la propria parte quasi come – tanto per stare in tema – un “pater familias”.

Nell’ultimo rapporto, quello di pochi giorni fa, la musica pare proprio diversa. Si nomina l’Ast per ricordare che ce la siamo ritrovata in casa per una fatalità; che siamo dovuti intervenire per evitare i danni che ci procurava e il cui riverbero s’è abbattuto prima sul comparto Elevatori, in cui l’avevamo allocata, poi in quello Servizi Materiali cui l’abbiamo spostata. Il comparto materiali, poi, ha avuto ripercussioni negative a causa di tutti quegli scioperi che ci sono stati. Insomma, il cugino è un po’ troppo turbolento e siccome scarabocchiava le pareti gli abbiamo cambiato stanza.

La seconda. L’Amministratore delegato di dieci anni fa ripeteva spesso un concetto: “A Terni facciamo acciaio e bene da centotrenta anni – diceva – e continueremo a farlo e sempre meglio. Per noi a Terni le acciaierie sono essenziali”. E pensare che era tedesco. Frasi di circostanza le sue? Forse, ma indicative di un rapporto di un certo tipo e di una considerazione di quel territorio che la fabbrica l’ha espressa, l’ha mantenuta, l’ha pagata, ne è (quantomeno) uno dei proprietari.

Per un verso o per l’altro il rapporto acciaierie-città è stato per più di un secolo simbiotico. I villaggi operai, le colonie, il centro sportivo, il centro sanitario… Sì espressione di una concezione antica di fabbrica totale, forse anche di “deglutizione” della città da parte della fabbrica, ma quanto meno negli anni c’è stata una qualche collaborazione positiva per la città. Di questi tempi non pare sia così.

La fabbrica sta procedendo lungo una strada che ai lati presenta steccati sempre più alti mentre la si percorre. La responsabilità sta tutta in Germania? Certe operazioni si possono portare a compimento solo a muso duro?

Il sindacato pretende risposte, e risposte chiare. Com’è suo diritto, oltre che suo dovere, vuole conoscere programmi e intenzioni. I sacrifici richiesti, per parte sua, sa di averli fatti. Qualcuno in Germania o in Italia una qualche risposta dovrà pur darla, anche perché quella fabbrica si chiama ancora “Terni”.

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