Avrebbe avuto un ruolo stabile all’interno di un’organizzazione criminale internazionale dedita al traffico di stupefacenti. È questa l’ipotesi della procura di Perugia nei confronti dell’avvocata penalista Daniela Paccoi, alla quale è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
Come riportato dalla TGR Umbria nel servizio firmato da Massimo Solani e Dario Tomassini, la legale avrebbe agito come intermediaria tra i vertici del gruppo, con base in Albania, e un proprio assistito arrestato nel gennaio dello scorso anno con 65 chilogrammi di cocaina. L’uomo – il 48enne Giampaolo Coresi – era stato fermato con la droga nascosta in un doppiofondo dell’auto e all’interno della sua pizzeria a Foligno.

Le accuse contestate alla professionista sono pesanti: concorso in associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, concorso in traffico di droga e induzione a rendere dichiarazioni mendaci. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Gennaro Iannarone, coinvolge anche altre due persone: un cittadino albanese, ritenuto corriere e cassiere dell’organizzazione in Italia, e il fratello del 48enne folignate arrestato.
Sempre secondo quanto ricostruito dalla TGR Umbria, sulla base delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Perugia-Nucleo di polizia economico-finanziaria Gico, attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali anche all’interno del carcere di Capanne, l’avvocata avrebbe trasmesso messaggi e denaro provenienti dall’estero al proprio assistito detenuto, assicurandosi al contempo che non rivelasse l’identità degli altri membri del gruppo.
Gli investigatori ipotizzano anche un tentativo di depistaggio: per simulare una collaborazione con la giustizia, sarebbe stato organizzato un finto ritrovamento di droga. Due chilogrammi di stupefacente, fatti arrivare dall’Albania, sarebbero stati nascosti in un terreno di famiglia in località Casenove, a Foligno. Lo stesso arrestato avrebbe poi indicato il nascondiglio agli investigatori, fornendo una mappa dettagliata. Giampaolo Coresi comparirà il prossimo 7 maggio davanti al giudice per il processo con rito abbreviato.

Sulla vicenda l’avvocato Daniela Paccoi, attraverso il suo legale difensore – l’avvocato Alessandro Giuseppe Cannevale (già procuratore di Spoleto) – ha diffuso una nota in cui spiega il proprio punto di vista, in relazione alle contestazioni. «È stato reso pubblico – si legge – evidentemente da fonti istituzionali, un avviso di conclusione delle indagini, che è atto del pubblico ministero non sottoposto al vaglio del giudice, nemmeno sottoposto al vaglio giurisdizionale, nel quale sono dipinta come componente di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Sono un avvocato che svolge onorevolmente la professione da 45 anni, che compirò il 5 maggio prossimo, costantemente impegnata nella difesa di imputati in processi anche molto delicati, e anche se il mio lavoro mi porta a passare molto tempo all’interno delle patrie galere, mai fino ad ora ho visto trasformare in indizi di collusione i colloqui che doverosamente intrattengo con i miei assistiti e con i loro familiari, le informazioni che fornisco loro sul contenuto delle norme penali e processuali che li interessano, le indicazioni sulle conseguenze delle possibili scelte difensive. La conferma di questo che sto dicendo – spiega l’avvocato Paccoi – si trova proprio nell’iscrizione della notizia di reato, che il pubblico ministero motiva affermando, fra l’altro, che la scelta di un mio assistito di non rivelare i nomi dei complici fosse da attribuire a una mia iniziativa, perché lo avrei ‘indotto a non intraprendere un’attività di collaborazione tesa ad alleggerire la sua posizione processuale’. Questo sarebbe, secondo il pm, un indizio a mio carico. Non ho indotto a un bel niente il mio assistito, gli ho solo spiegato a quali condizioni avrebbe potuto fruire dell’attenuante speciale della collaborazione in materia di stupefacenti (articolo 73 comma 7, Testo Unico Stupefacenti), lasciando che comprendesse da solo se fosse per lui opportuna quella scelta ma, comunque, un provvedimento del pubblico ministero che si arroga il diritto di stabilire la linea difensiva più idonea per un imputato e che considera indizio a carico dell’avvocato una scelta difensiva diversa dalla collaborazione con gli inquirenti (che, immagino, sarebbe considerata altamente attendibile se comprendesse la chiamata in correità dell’avvocato), mi sembra, più che un’intrusione dell’accusa nel libero esercizio del diritto di difesa, la manifestazione della pretesa del pubblico ministero di rappresentare contemporaneamente sia l’accusa che la difesa. Un modo insolito di interpretare il principio di parità fra le parti del processo».
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