Nel territorio umbro il fenomeno del caporalato non può essere considerato episodico né marginale. È il messaggio lanciato dalla Procura generale presso la Corte d’Appello di Perugia attraverso un comunicato firmato dal procuratore generale Sergio Sottani, che prende spunto dalla recente sentenza pronunciata a metà giugno dalla Corte d’Appello di Perugia in un procedimento per sfruttamento lavorativo.
La decisione, per la quale non sono ancora state depositate le motivazioni, riguarda la condanna in secondo grado di una donna di 33 anni, di origine marocchina, a un anno e otto mesi di reclusione. Secondo quanto ricostruito nel processo, avrebbe impiegato in nero dodici lavoratori extracomunitari privi di permesso di soggiorno in un’azienda del territorio di Gualdo Tadino, sottoponendoli a turni di tredici ore al giorno, senza ferie né riposi e con una retribuzione compresa tra 2,5 e 3 euro l’ora. La condanna riguarda anche l’omesso versamento dei contributi, la mancata copertura assicurativa e violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

La Procura generale sottolinea che, «al di là dell’esito giudiziario del processo», i fatti accertati «non sembrano episodi isolati, ma potenzialmente sintomatici di un sistema che, pur assumendo forme diverse, si radica in diversi comparti produttivi e richiede una risposta istituzionale costante, coordinata e incisiva». In quest’ottica viene richiamato il protocollo interdistrettuale sottoscritto circa un anno fa dalle Procure generali di Perugia e Ancona, che ha portato alla nascita di un Osservatorio congiunto sul caporalato e sugli infortuni sul lavoro, con l’obiettivo di favorire la raccolta e lo scambio di dati, l’analisi del fenomeno e la diffusione di buone pratiche investigative.
Nei giorni scorsi, inoltre, il procuratore generale ha incontrato il comandante del Gruppo carabinieri per la tutela del lavoro, il tenente colonnello Piergiuseppe Zago, per fare il punto sull’attuazione della convenzione e sulle ulteriori iniziative da sviluppare per rafforzare il sistema di prevenzione e repressione. Il comunicato evidenzia come il contrasto al caporalato si basi sulla collaborazione tra autorità giudiziaria, Ispettorato del lavoro e forze dell’ordine, ma ribadisce che «elemento decisivo resta, tuttavia, la fiducia delle vittime e la loro disponibilità a denunciare». Le istituzioni, viene assicurato, garantiscono un percorso di tutela che accompagna il lavoratore dalla segnalazione fino alle misure di protezione e reinserimento.
Tra gli strumenti previsti dalla normativa, viene ricordata anche la possibilità, nei casi stabiliti dalla legge, di ottenere il nulla osta per il rilascio del permesso di soggiorno alle vittime che collaborano con l’autorità giudiziaria, misura ritenuta essenziale per favorire l’emersione dello sfruttamento lavorativo. Per incentivare le denunce è stato infine attivato uno sportello multilingue presso l’Ispettorato territoriale del lavoro, pensato per offrire ascolto, assistenza e un contesto protetto, superando anche le barriere linguistiche.






