di Giovanni Cardarello
Non si placa la bufera sulla gestione delle liste d’attesa in Umbria. Quello che era nato come un confronto politico tra il consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Matteo Giambartolomei, e la Usl Umbria 1, si è trasformato in un terreno di scontro frontale con i medici di medicina generale. Al centro della contesa, come spiega ‘La Nazione Umbria‘, c’è la presunta prassi di richiedere ai dottori di base la riemissione di impegnative già inserite nei percorsi di tutela, un caso che sta sollevando polveroni sia tecnici che deontologici.
La denuncia: «Cancellazione artificiale delle liste»
Tutto era partito dalle parole di Giambartolomei che aveva acceso i fari su una procedura adottata dal distretto di Perugia: sollecitare i medici di base a ‘rifare’ le ricette dei pazienti in attesa da tempo. Secondo l’esponente di FdI, si tratterebbe di un escamacotage per cancellare artificialmente le liste d’attesa dal sistema informatico e presentare una sanità che, nei fatti, non esiste. La Usl1 ha prontamente replicato difendendo la legittimità della procedura e spiegando che le impegnative hanno una validità temporale limitata. Secondo l’azienda, dopo sei mesi è dovere del distretto assicurarsi che la prestazione sia erogata sulla base di un bisogno clinico che risulti ancora confermato e aggiornato, evitando di rincorrere prescrizioni non più attuali.
La rivolta del sindacato: «Mai concordato nulla»
Oggi, però, arriva la durissima presa di posizione dello Smi (Sindacato dei medici italiani) che smentisce categoricamente ogni forma di collaborazione su questa pratica. Il sindacato chiarisce che non c’è stato alcun raccordo né accordo con la Usl 1 circa un intervento dei medici per la ‘revisione dei casi’, precisando che l’azienda si è limitata a inviare mail automatiche richiedendo nuove prescrizioni con codici diversi per esami chiesti mesi addietro. Secondo il direttivo regionale dello Smi, se un esame diagnostico non viene erogato nei tempi indicati, la verifica sulla sua necessità non va chiesta al medico prescrittore ma direttamente al paziente, di cui il Cup possiede tutti i recapiti. Procedere unilateralmente con l’invio di una nuova ricetta non è infatti ritenuto professionalmente né deontologicamente possibile senza una nuova valutazione clinica.
Lo ‘scaricabarile’ e il peso burocratico
Questa richiesta non rappresenta soltanto un aggravio burocratico, ma un vero e proprio cortocircuito. Imporre al medico di medicina generale di emettere una nuova impegnativa significa costringerlo ad una nuova chiamata attiva del paziente e a una rivalutazione completa del caso, aumentando un carico di lavoro già ai limiti della sostenibilità. Ma la questione per Smi è anche di principio. Il sindacato dei medici, infatti, sottolinea come questo meccanismo rischi di far apparire la richiesta originale del medico come non appropriata, scaricando sul professionista la responsabilità di un ritardo che è invece di natura strutturale. I medici di assistenza primaria, pur ribadendo la propria disponibilità a collaborare per la salute dei cittadini, chiariscono di non poter tollerare quello che definiscono un inaccettabile «scaricabarile» volto a coprire le inefficienze di altri soggetti.
ARTICOLO CORRELATO
Sanità: liste d’attesa cancellate con un ‘clic’. Caso politico e amministrativo nel Perugino






