di Giovanni Cardarello
Lo smog concede una tregua, ma non basta. Il rapporto ‘Mal’Aria di Città 2026’, diffuso da Legambiente lunedì mattina, parla chiaro: la flessione dei livelli di inquinamento non è ancora sufficiente a mettere l’Italia al riparo da nuove procedure d’infrazione. Nel 2025 i capoluoghi che hanno sforato i limiti di Pm 10 sono quasi dimezzati (da 25 a 13), ma la tendenza non rassicura. Con la scadenza del 2030 ormai alle porte, l’emergenza resta alta.
I dati nazionali: calano i picchi, ma resta l’emergenza
Nel 2025 sono stati 13 i capoluoghi che hanno superato il limite di 35 giorni l’anno con una media di Pm10 superiore ai 50 microgrammi per metro cubo. Un dato positivo se confrontato con i 29 del 2022 o i 25 del 2024, ma che Legambiente definisce un «falso miraggio» di sicurezza. «Il vero scoglio è il 2030», avverte Legambiente nel presentare il rapporto, riferendosi ai nuovi limiti europei molto più stringenti. Numeri alla mano, la proiezione è impietosa: risulterebbe ‘fuorilegge’ il 53% dei centri urbani per il Pm 10, il 38% per l’NO2 (biossido di azoto) e un allarmante 73% per il Pm 2.5. Una crisi che ha riflessi legali immediati: proprio a gennaio 2026 Bruxelles ha dato il via a una quarta procedura d’infrazione contro il nostro Paese per non aver adeguato il Programma nazionale di controllo dell’aria.
IL RAPPORTO MAL’ARIA 2026 DI LEGAMBIENTE (.PDF)
Il quadro regionale: la sfida dell’Umbria
Scendendo nel dettaglio dell’Umbria, il report di Legambiente evidenzia come né Perugia né Terni possano abbassare la guardia. La situazione è complessa. Se da un lato i superamenti giornalieri più critici sembrano attenuarsi, dall’altro le medie annuali di inquinanti restano ancora distanti dai futuri standard europei che entreranno in vigore tra soli quattro anni.
A Terni, la conformazione del territorio continua a favorire l’accumulo di polveri sottili. Nel 2025 la città ha registrato una media annuale di Pm 10 pari a 24 µg/mc. Sebbene questo valore rientri negli attuali limiti di legge, per rispettare la soglia dei 20 µg/mc prevista per il 2030, Terni dovrà ridurre le proprie concentrazioni del 15%. Una sfida che non riguarda solo la gestione delle emergenze, ma che richiede un abbattimento strutturale dei livelli di inquinamento derivanti da riscaldamento, industria e traffico.
Non va molto meglio a Perugia, dove nonostante una ventilazione naturale solitamente più favorevole, i dati mostrano la necessità di un cambio di passo. Il capoluogo regionale ha chiuso il 2025 con una media annuale di Pm 10 di 21 µg/mc. Sebbene sia vicina all’obiettivo futuro, la città dovrà comunque tagliare le emissioni di un ulteriore 5% per non trovarsi ‘fuorilegge’ nel 2030. Perugia, al pari di molti altri centri medi italiani, deve dunque accelerare sulla mobilità alternativa e sul monitoraggio degli ossidi di azoto (NO2) e delle polveri più fini (Pm 2.5) per garantire una qualità dell’aria realmente salubre.
Oltre l’emergenza: la necessità di un cambio di passo
Ma cosa serve, concretamente, per non farsi trovare impreparati all’appuntamento con il 2030? Secondo Legambiente non c’è più spazio per i piccoli passi o per le misure temporanee ‘tampone’. La parola d’ordine deve essere ‘coraggio’. Uscire dalla morsa dello smog significa intervenire simultaneamente su più fronti, partendo da una mobilità che privilegi finalmente il trasporto pubblico elettrico e sottragga spazio alle auto per restituirlo a pedoni e ciclisti.






