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Home » Necropoli di Lugnano: «Prove di malaria»

Necropoli di Lugnano: «Prove di malaria»

di Francesca Torricelli
31 Maggio 2019
in Cultura, Dal territorio
Tempo di lettura: 2 minuti di lettura
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«Ci sono prove evidenti della presenza della malaria come causa della morte dei bambini». A dirlo è stato il professor David Soren, dell’Università dell’Arizona, che per primo scoprì la necropoli dei bambini della villa di Poggio Gramignano a Lugnano in Teverina dove in questi anni sono stati condotti scavi ed eseguite indagini per confermare le ipotesi di epidemia. Secondo Soren, che ha illustrato i risultati degli scavi in una conferenza stampa in Provincia di Terni, la conferma verrebbe soprattutto dall’isolamento dell’emozoina nelle analisi degli antichi resti osteologici rinvenuti negli scheletri ritrovati. Le tracce della sostanze deriverebbero da punture di zanzara che potrebbero essere state la scaturigine dell’epidemia.

Scheletri di bambini

Sono 52, ha informato il ricercatore statunitense, gli scheletri di bambini ritrovati finora nell’area archeologica di Poggio Gramignano, tutti con età compresa fra zero e 10 anni. Molte delle tombe conservano evidenti tracce di riti legati alla superstizione e alla necessità di allontanare il male attraverso riti. «Nella zona – ha riferito il professore – sono state trovate, ad esempio, carcasse di 12 cani giovani tagliate a metà e con le mascelle strappate, oppure un bambino con un sasso infilato nella bocca». Altri scheletri sono stati rinvenuti con grossi sassi sul corpo per impedire loro, è stato spiegato durante la conferenza stampa, di rialzarsi dalla morte, mentre nel cimitero sono stati trovati anche contenitori pieni di cenere ed altre tracce di riti sacrificali.

Gli scavi

Alla conferenza stampa erano presenti anche il sindaco di Lugnano in Teverina Gianluca Filiberti e il consigliere delegato alla cultura Alessandro Dimiziani e Francesco Borsari dell’associazione Una Quantum che collabora agli scavi per la parte tecnologica e informatica. «Gli scavi riprenderanno entro l’estate – hanno informato Filiberti e Dimiziani – se le autorizzazioni arriveranno presto, potrebbero ripartire anche a giugno. Saranno finanziati dal consorzio di Università americane che stanno lavorando da anni alla Villa di Poggio Gramignano. Il nostro obiettivo è quello di realizzare un museo didattico-culturale dell’area archeologica».

La villa romana

L’importanza di Poggio Gramignano però, ha sottolineato Soren, non risiede solo sul cimitero dei bambini e l’epidemia di malaria ma anche sulla Villa stessa. «Le sue caratteristiche – ha detto l’archeologo – sono uniche. Il tetto del triclinium è a forma piramidale ed è un unico nel mondo romano per il periodo, il V sec. d.C., a cui si riferiscono le scoperte. La Villa potrebbe essere di grandissima importanza per capire la presenza romana nell’Umbria in quel periodo». Lo stesso Soren ha poi annunciato i tre obiettivi che sono alla base delle indagini archeologiche in corso a Poggio Gramignano. «Consolidare i muri e la struttura della Villa per renderla visitabile a turisti e ricercatori, completare il libro che stiamo scrivendo sugli scavi e realizzare il museo della malaria, come ha detto il sindaco Filiberti». Oltre a quella dell’Arizona agli scavi collaborano l’Università di Yale e quella di Stanford, in raccordo con la Soprintendenza archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria e il Comune di Lugnano in Teverina.

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