Con il presidente dell’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Terni, Stefano Cecere, torniamo a parlare dell’Uovo di Ridolfi, un’opera da tempo nel cassetto ma riportata nell’attualità proprio dall’Ordine. Il cui obiettivo è accendere i riflettori in vista di una futura realizzazione che andrebbe a completare l’idea ‘ridolfiana’ di corso del Popolo e, più in generale, la visione di una Terni moderna e proiettata al futuro.
La città ha notato la vostra volontà, come Ordine, di riaccendere i riflettori sul grande argomento ‘L’Uovo di Ridolfi’ e quindi sul grande maestro, insieme alla figura di Frankl.
«Si è vero, la nostra è una volontà di cultura e di giusto riconoscimento culturale architettonico e oltre. Questo lo deve avere la città e, mi lasci dire, anche l’Ordine degli architetti, come stiamo facendo, nei confronti di questo grande luminare dell’architettura moderna. Aggiungo che oramai il tutto è diffuso anche dalla proiezione di un documentario, ben fatto, su tale tesoro che ha Terni. Per questo ringrazio il suo ideatore (l’architetto Luciamo Marchetti, ndR) a cui va un mio plauso, poiché da solo e con propri sforzi sta cercando di esaudire unicamente a livello visivo l’ultima sua creazione e che, nel recondito, sono sicuro il maestro avrebbe voluto come ideatore di questa grande opera».

Proviamo, allora, a fare un ragionamento di come il cinema si colleghi all’architettura per poi arrivare a Ridolfi. Partendo dall’anniversario della posa della prima pietra di Cinecittà, avvenuta nel 1936. Perché questo momento è così significativo?
«Perché nel 1936 prende forma un’idea nuova e decisiva per la cultura italiana: il cinema come sistema fondato sullo spazio. Cinecittà nasce come una vera e propria ‘città del cinema e dell’architettura del costruito’, progettata come infrastruttura moderna e razionale, dove architettura, tecnica e narrazione visiva sono pensate insieme. È un atto architettonico prima ancora che cinematografico, che inaugura un rapporto strutturale e consapevole tra progetto dello spazio e racconto per immagini».
Da Cinecittà in poi, il cinema sembra sviluppare un dialogo sempre più consapevole con l’architettura e di chi ne è il portavoce.
«Esattamente. Nel corso del Novecento il cinema comprende progressivamente che l’architettura non è un semplice sfondo, ma un dispositivo narrativo a tutti gli effetti. Lo spazio costruito determina il ritmo del racconto, orienta i movimenti dei corpi, condiziona lo sguardo e produce significato. In molti casi l’architettura diventa protagonista, assumendo un ruolo concettuale e simbolico, capace di incidere profondamente sulla struttura del film».
In questo senso ‘Il ventre dell’architetto’ (1987, di Peter Greenaway) è spesso indicato come un film chiave.
«Infatti non a caso è diventato nel tempo un vero film-cult per gli architetti. È uno dei rarissimi esempi in cui il cinema non si limita a utilizzare l’architettura come ambientazione, ma la assume come oggetto di riflessione critica. Pensi che il protagonista, l’architetto americano Stourley Kracklite, arriva a Roma per allestire una mostra dedicata a Étienne-Louis Boullée, figura emblematica dell’architettura visionaria e non costruita. Attorno a questo progetto si sviluppa una crisi profonda, fisica e mentale, che trasforma il film in una vera e propria tragedia moderna sull’ossessione della forma, sul peso della memoria architettonica e sul rapporto tra corpo e spazio».
In quel film quindi l’architettura sembra diventare quasi una condizione comportamentale e mentale.
«È esattamente così. ‘Il ventre dell’architetto’ mostra come l’architettura possa essere vissuta come spazio interiore, ossessione e conflitto. Per questo il film è diventato un riferimento generazionale per molti architetti: perché racconta la disciplina dall’interno, con le sue ambizioni teoriche, le sue fragilità e le sue contraddizioni».
Quanto è stato importante, così, il contributo delle scenografie?
«È stato fondamentale. Le scenografie, curate dall’architetto Costantino Dardi, non sono una semplice ricostruzione realistica ma una vera traduzione cinematografica del pensiero architettonico. Roma diventa un dispositivo simbolico e piano piano ci avviciniamo a Ridolfi. I luoghi monumentali, gli allestimenti temporanei, le sequenze urbane costruiscono un dialogo continuo tra architettura costruita e architettura pensata. È uno dei casi più alti di collaborazione tra cinema e architettura come discipline autonome ma dialoganti».
Entrando in una dimensione più locale, arriviamo a quello che lei ha trovato nei suoi studi e che è poco conosciuto. Il rapporto tra l’architetto Mario Ridolfi e l’attore Marcello Mastroianni.
«È vero. Si deve sapere che il grande attore, detentore di tanti premi cinematografici, aveva una formazione tecnica-edile: si diplomò nel 1943 come perito edile all’Istituto tecnico industriale ‘Galileo Galilei’ di Roma e fu allievo proprio di Mario Ridolfi. In quegli anni Mastroianni sognò di diventare architetto, in un periodo in cui molti architetti si occupavano anche di scenografie cinematografiche: basti citare Carlo Enrico Rava. Questo dato è decisivo per comprendere perché, nel suo cinema, il rapporto con lo spazio sia sempre così intenso e consapevole».
Esiste un esempio concreto di questo intreccio?
«Sì, è la ‘Casa delle Streghe’ di via Marco Polo, a Roma, progettata da Ridolfi e diventa set cinematografico in ‘Adua e le compagne’. Qui l’architettura non è una semplice ambientazione, ma uno spazio irregolare e inquieto che partecipa attivamente alla costruzione del personaggio interpretato da Mastroianni. È un caso emblematico in cui il cinema intercetta pienamente la forza narrativa dell’architettura ridolfiana».
Questo percorso conduce infine al progetto ad un film mai realizzato su Ridolfi.
«Sì. Negli anni Ottanta il regista Egidio Eronico propose a Mastroianni di interpretare un film biografico su Ridolfi, ‘L’uomo sotto la cascata’, con riferimento diretto alla Cascata delle Marmore. Il film non fu mai realizzato per diversi motivi e curiosità, ma il progetto è eloquente: il cinema riconosceva in Ridolfi una figura capace di essere raccontata attraverso lo spazio, il conflitto e la solitudine creativa».
Che valore assume oggi questa vicenda per Terni e per l’Ordine degli architetti?
«Un valore culturale molto forte. Da Cinecittà nel 1936, passando per Greenaway e Dardi, fino a Ridolfi e Mastroianni, emerge una linea chiara: l’architettura non è solo costruzione ma racconto, immaginario, forma di pensiero. Per Terni questa storia restituisce un Ridolfi protagonista, non solo come grande architetto ma come figura culturale che travalica la disciplina e dialoga con il cinema e con l’immaginario del Novecento».
In conclusione, cosa ci insegna questo grande maestro che intreccia architettura e cinema?
«Ci insegna che architettura e cinema condividono una responsabilità comune: dare forma allo spazio dell’uomo e renderlo intelligibile, anche attraverso il sogno. Dalla posa della prima pietra di Cinecittà nel 1936 alle architetture metafisiche dell’EUR, fino alla Casa delle Streghe e al film mai realizzato su Ridolfi: lo spazio costruito diventa racconto critico della società e del suo tempo. Ma forse c’è altro anche nella sua abitazione ‘casa Lina’ proprio sulla Cascata delle Marmore, di questo ne parleremo un’altra volta e forse, chissà, potremo avere un film».






