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Home » #9 – Definire il punto di vista (Parte 2)

#9 – Definire il punto di vista (Parte 2)

di Redazione
29 Giugno 2026
in Cultura
Tempo di lettura: 7 minuti di lettura
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Dopo il successo della rubrica sulla sostenibilità strategica d’impresa, che ha portato alla pubblicazione dell’e-book ‘Shift’, Valerio Zafferani avvia un nuovo percorso dedicato all’innovazione educativa. Quindici articoli che applicano il design thinking alla scuola, analizzando il gap generazionale tra insegnanti e studenti nativi digitali. Un viaggio pratico dall’assessment emotivo della classe alla co-progettazione di nuovi modelli didattici, con strumenti concreti per dirigenti, docenti e famiglie.


La rubrica

  • Parte I – dalle fondamenta sostenibili al cambiamento educativo
    • Dal business alla classe: il ponte tra sostenibilità e scuola
    • Cinque generazioni in una classe: il patchwork educativo
    • I rischi del non innovare: quando la scuola perde i suoi studenti
  • Parte II – comprendere il cervello che apprende
    • Amigdala vs. corteccia: la neuroscienza dell’apprendimento
    • Dal docente al facilitatore: le cinque competenze emotive
    • L’assessment emotivo: fotografare il clima di classe
  • Parte III – il design thinking educativo in azione
    • Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza (Parte 1 – Parte 2)
    • Osservare la classe con occhi nuovi (Parte 1 – Parte 2)
    • Definire il punto di vista (Parte 1 – Parte 2)
    • La matrice di materialità educativa: il cuore pulsante
    • Ideare insieme: dal brainstorming al ClassLab
    • Prototipare l’innovazione: dal concept alla realtà
    • Testare e riflettere: la valutazione che migliora
  • Parte IV – comunicare e sostenere il cambiamento
    • Formare i facilitatori: coinvolgere il corpo docente
    • Comunicazione esterna: le famiglie come stakeholder
    • Sostenibilità educativa: dall’emergenza all’eccellenza

#9 – Definire il punto di vista (Parte 2)

Nell’articolo precedente abbiamo visto i primi due strumenti della fase del definire: «Come potremmo…?», che trasforma i bisogni identificati in una sfida di design, e la mappa del contesto, che rende esplicito il sistema di relazioni in cui il problema esiste. Nel caso della classe media-superiore, i docenti hanno formulato la loro domanda guida («Come potremmo riprogettare il formato delle lezioni perché gli studenti possano partecipare in modo sicuro e coinvolto?») e mappato il contesto allargato che circonda lo studente. Ora vediamo gli ultimi due strumenti, che portano la fase del definire alla sua conclusione naturale: identificare un futuro desiderabile e determinare cosa è davvero critico per arrivarci.

Il cono della vision

Questo strumento aiuta a progettare un futuro desiderabile ed esplorare che cosa si deve fare per raggiungerlo. Ci dà una buona percezione dei cambiamenti nel tempo e collega la visione a passi successivi dandole concretezza. Mette in luce il potenziale delle possibilità in termini sia tecnologici che sociali. Non ha a che fare con le previsioni ma con le opportunità: non si tratta di indovinare il futuro, si tratta di immaginarlo e lavorare a ritroso per capire come raggiungerlo. Come si usa:

Passo 1: Scegliete il tema e disegnate due coni connessi, etichettandoli passato, presente e futuro. Descrivete lo status quo del progetto nel presente.
Passo 2: Concentratevi sul passato e aggiungete tutte le informazioni che avete: come era la situazione prima, cosa è cambiato, quali tentativi sono stati fatti, quali risultati hanno prodotto.
Passo 3: Concentratevi sul futuro e scrivete ciò che avete scoperto sul futuro immaginato. Parcheggiate all’esterno tutte le paure e le restrizioni. I coni della vision ruotano attorno a ispirazione e immaginazione.
Passo 4: Scegliete un futuro che sia desiderabile e lavorate a ritroso per capire cosa dovete fare adesso per avvicinarvi. Tutto è in relazione ed è integrato in un unico sistema. Riesaminate il passato senza innamorarsene o essere nostalgici. Nel caso della classe media-superiore, i docenti hanno costruito il loro cono della vision.

Passato: La lezione frontale tradizionale ha dominato per decenni. I docenti hanno ricordi di classi attente e rispettose, ma anche il sospetto che quella ‘attenzione’ fosse spesso passività accettata per convenzione sociale, non reale coinvolgimento. I tentativi occasionali di introdurre lavori di gruppo erano stati abbandonati dopo episodi di caos o di studenti che lasciavano fare tutto agli altri. Morale non scritta del team: «Abbiamo già provato cose diverse, non funzionano».

Presente: Lezione frontale 80% del tempo, partecipazione spontanea di 2-3 studenti, 8-10 visibilmente disimpegnati, uso nascosto dei telefoni, attenzione che cala dopo 15 minuti. Docenti consapevoli del problema ma senza strumenti condivisi per affrontarlo. Studenti che percepiscono la scuola come luogo in cui resistere, non come luogo in cui imparare.

Futuro desiderabile: Una classe in cui la partecipazione è distribuita, non concentrata su 2-3 volontari abituali. In cui sbagliare fa parte del processo di apprendimento e non genera imbarazzo. In cui gli studenti sanno cosa ci si aspetta da loro e come vengono valutati. In cui il formato cambia ritmo durante la lezione, alternando spiegazione, riflessione individuale, confronto in coppia e discussione collettiva. In cui i docenti si osservano reciprocamente e condividono pratiche.

Lavorando a ritroso dal futuro desiderabile, i docenti hanno identificato tre passaggi concreti da cui partire nel presente: strutturare domande che prevedano un momento di riflessione individuale o in coppia prima della risposta collettiva, rendere espliciti i criteri di valutazione all’inizio di ogni unità e variare il formato almeno una volta ogni 15-20 minuti. Nessuno di questi richiede risorse aggiuntive o autorizzazioni istituzionali, sono modifiche al format che ogni docente può fare autonomamente.

Il cono della vision ha avuto anche un effetto inaspettato sul team: ha sbloccato la resistenza al cambiamento. Quando i docenti avevano detto «abbiamo già provato, non funziona», si riferivano a tentativi isolati e mal strutturati. Vedere la distanza tra il presente (passività diffusa) e il futuro desiderabile (partecipazione distribuita) ha reso evidente che continuare come prima non era un’opzione sostenibile. Non perché qualcuno li avesse criticati, ma perché avevano definito loro stessi dove volevano arrivare.

Il diagramma degli elementi critici

Questo strumento ci aiuta a ragionare ulteriormente dopo le fasi del comprendere e dell’osservare. Con una visione critica si possono preparare bene le fasi dell’ideare e del prototipare (nei prossimi step all’interno dello spazio delle soluzioni). Mette in luce l’esperienza che un utente si aspetta venga fornita dalla soluzione. Identifica gli elementi determinanti senza i quali una soluzione non può funzionare. Come si usa:

Passo 1: Chiedetevi «che cosa è determinante per una soluzione efficace del problema». Questa domanda deve essere posta con onestà, senza presupporre già la soluzione.
Passo 2: Ciascun membro del team scrive sui post-it 8 elementi di criticità, individualmente e in silenzio.
Passo 3: Ciascun membro indica 4 esperienze e 4 funzioni, di cui almeno una si concentra sul futuro.
Passo 4: Consolidare i risultati e trovare l’accordo sugli 8 elementi critici condivisi, poi porsi la domanda per avviare la fase successiva. Il processo deve essere iterativo (ripetitivo): non si può pensare che al primo tentativo ci sia accordo e comprensione. Non allungarsi in discussioni troppo lunghe, non superare i 60 minuti di lavoro. Mostrare a tutto il team il foglio di lavoro (serve un foglio di grandi dimensioni).

Nel caso della classe media-superiore, i docenti hanno lavorato individualmente e poi confrontato i risultati. Ecco gli 8 elementi critici su cui hanno trovato accordo.

Sicurezza psicologica: qualsiasi soluzione deve creare uno spazio in cui sbagliare non genera imbarazzo. Se la soluzione non affronta questo elemento, gli studenti continueranno a restare silenziosi anche con formati diversi. I docenti concordano che questo è il fattore più critico e anche il più difficile da costruire.
Chiarezza delle aspettative: gli studenti devono sapere cosa ci si aspetta da loro, come vengono valutati e perché. Non basta cambiare il formato se i criteri restano impliciti.
Partecipazione strutturata: la partecipazione non emerge spontaneamente, va costruita con strutture esplicite (tempo di riflessione, lavoro in coppia, rotazione dei ruoli). «Chi vuole intervenire?» non funziona.
Variazione del ritmo: nessuna attività singola dovrebbe durare più di 15-20 minuti senza un cambio di modalità. Non è una regola fissa, è un’indicazione emersa dall’osservazione.
Rilevanza percepita: gli studenti devono vedere il collegamento tra la materia e la loro vita. Almeno un esempio pratico o concreto per ogni unità.
Inclusione attiva: le soluzioni devono prevedere strutture esplicite per includere chi tende a restare ai margini (studenti silenziosi, studenti esclusi dai gruppi spontanei). L’inclusione non avviene da sola.
Osservazione condivisa: i docenti devono continuare a osservarsi reciprocamente come pratica di sviluppo professionale, non come evento isolato del progetto.
Sostenibilità: qualsiasi soluzione deve essere realizzabile con le risorse esistenti (tempo, spazio, numero di studenti). Nessuna soluzione che richieda risorse aggiuntive sarà adottata stabilmente.

Questi 8 elementi critici diventano i criteri di valutazione per la fase dell’ideare. Quando il team genererà idee, le passerà attraverso questo filtro: questa idea crea sicurezza psicologica? Chiarisce le aspettative? È sostenibile con le risorse esistenti? Non è un limite alla creatività, è una guida che aiuta a distinguere idee interessanti da idee realizzabili.

Chiusura dello spazio dei problemi

Con il diagramma degli elementi critici completato, i docenti hanno finito di esplorare lo spazio dei problemi. Tre fasi, dodici strumenti, un caso concreto analizzato da ogni angolo. Non è stato un percorso lineare, alcune scoperte hanno richiesto di tornare indietro e riformulare domande, alcune osservazioni hanno contraddetto assunzioni che sembravano solide. Ma il risultato è un punto di vista condiviso, preciso e radicato nell’esperienza reale degli studenti.

Vale la pena fermarsi un momento a vedere quanto lontano siamo arrivati rispetto al punto di partenza. I docenti erano partiti con «gli studenti non partecipano». Dopo comprendere, osservare e definire il punto di vista, il problema è diventato: «Come potremmo riprogettare il formato delle lezioni perché gli studenti possano partecipare in modo sicuro e coinvolto, tenendo conto che la passività è una risposta razionale a un ambiente che non offre strutture di partecipazione sicure, che la mancanza di chiarezza sulle aspettative genera ansia e silenzio, e che alcune strategie come il lavoro di gruppo funzionano solo se accompagnate da strutture esplicite di inclusione».

Questa non è la stessa cosa di «gli studenti non partecipano». È un punto di vista che contiene già le direzioni di lavoro per la fase successiva, senza però presupporre le soluzioni. Nel prossimo articolo entriamo nello spazio delle soluzioni con la fase dell’ideare. Dopo aver esplorato a fondo il problema, è finalmente il momento di liberare la creatività del team. E come vedremo, anche la fase dell’ideare ha le sue regole, i suoi strumenti e le sue trappole da evitare.

Prossimo articolo: Ideare – Come generare idee che vale la pena prototipare


Valerio Zafferani

ESG Innovation Manager per l’Umbria, consulente e formatore specializzato in sostenibilità strategica e design thinking. Dopo aver operato come imprenditore per 15 anni, ha canalizzato la sua attenzione per la sostenibilità focalizzandosi sulle politiche ESG e sull’innovazione organizzativa. Nel 2025 ha collaborato con il Gruppo Spaggiari di Parma nella formazione di insegnanti delle scuole primarie e secondarie sull’applicazione del design thinking alla didattica. È autore di ‘Quanto Basta’ (Intermedia Edizioni, 2021) e ‘Shift – Da costo a investimento: sostenibilità strategica per l’impresa del domani’ (Amazon KDP, 2025). Il suo prossimo libro ‘Rompitratta – Sull’abbracciare la complessità’ è in uscita nella primavera 2026. Ha conseguito la laurea in scienze dell’amministrazione presso l’università di Siena e ha completato tre master alla 24 Ore Business School: gestione e strategia d’impresa, marketing e comunicazione, HR e sostenibilità. È anchorman del programma YouTube ‘Un’ora con…’, dove intervista professionisti e imprenditori per promuovere la cultura aziendale e sociale.

Valerio Zafferani
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