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Home » Roberto Amati: l’uomo, il letterato. Lontano dai riflettori ma dentro la storia

Roberto Amati: l’uomo, il letterato. Lontano dai riflettori ma dentro la storia

Tributo a un 'cacciatore di emozioni' che, in fin dei conti, rifiuta e al tempo stesso accetta una lettura relativistica dell'esistenza

di Fabio Toni
13 Marzo 2026
in Cultura
Tempo di lettura: 4 minuti di lettura
Roberto Amati

Roberto Amati

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Roberto Amati vive a Terni ed è uno scrittore ben letto al di fuori del contesto cittadino. Silenzioso per modestia? O, forse, per noncuranza perché ama la solitudine, o forse per scrupolo di un sé stesso fuori da ogni misera baldanza. Funzionario regionale dei beni culturali, direttore del centro di formazione della Provincia di Terni, collaboratore stretto di Fabio Fiorelli nella vicenda del cementificio di Acquasparta, ideatore del Geolab di San Gemini e collaboratore in questo di Piero D’Angela. Storico e letterato a cui non è giunto nessun guadagno letterario. Ma pure preside dell’istituto d’istruzione ‘Guido d’Arezzo’ a Terni.

Roberto Amati

Una vena profonda che gli giunge, forse, dall’aver lottato con tre tumori. Quella di Roberto Amati è una letteratura fuori dagli schemi, legata ad un Medioevo sangeminese ricostruito attraverso le storie del popolo, l’analisi minuziosa delle parti non auliche dell’archivio storico. Talora si ribella con la tastiera del computer. Negli anni è stato co-oautore, con la dottoressa Rosella Natalini, di numerose pubblicazioni:

  • ‘La Pubblica Assistenza a Terni’ – 1891-1996;
  • ‘De urbe constituta’ – Analisi delle trasformazioni della società sangeminese attraverso la lettura del processo evolutivo urbanistico a partire dal 1860;
  • ‘Sangemini nel Risorgimento italiano’ – II Repubblica romana;
  • ‘Una chiesa, un ospedale, un museo’ – Lettura della crescita di una città attraverso la storia di un edificio
  • La società comunale dall’Unità d’Italia al periodo pre fascista;
  • ‘Lavoro ed associazionismo’ –  La voce del consiglio comunale nei confronti delle arti e corporazioni a San Gemini tra ‘500 e ‘600;
  • ‘Gli strumenti della libertà’ – Magistrature ed istituzioni di un Comune alla fine del XIV e inizi del XV secolo;
  • ‘Il volto del passato’ – Il contado di San Gemini nel racconto dei documenti;
  • ‘Antonio Canova’ – L’artista e l’uomo in Umbria.

Autore del volume: ‘San Gemini – Una finestra sul panorama economico-agrario tra ‘400 e ‘500’ edito da Thyrus, 1999.

Autore dei saggi pubblicati nella collana storica: ‘Indagini’ del CESTRES: ‘Una aromataria del ‘500’ e ‘L’evoluzione dei patti colonici nel territorio sangeminese’.

Autore del saggio ‘Sulle origini di San Gemini’ pubblicato sulla rivista del Centro studi di Terni ‘Memoria storica’ n° 22 – Anno XII – 2003.

Autore del romanzo ‘Il vaso di coccio’ pubblicato nel 1999 dalla casa editrice Armando editore.

Autore della ricerca storica sul ‘Lebbrosario quattrocentesco di S. Bartolomeo a San Gemini’ edito dalla casa editrice Avio nel 2024.

Autore della raccolta di racconti ‘Il collezionista di cristalli di neve’ edito dalla casa editrice Albatros nel 2025, quest’ultimo segnalato da Mondadori editore con il commento critico: «Un coraggioso, a volte disilluso, volo dall’alto per scorgere le mille sfaccettature della realtà per poi andare a scandagliare anche i mari profondi della coscienza. Come si pone l’uomo di fronte alla morte, al dolore, al suicidio? I pensieri vengono sezionati e analizzati con precisione, affondando nel significato delle parole, quello reale e quello che ha acquisito con il passare del tempo. La solitudine, ricordando Pasolini, connessa alla voglia di morte, ma senza morire. La pazzia citando Erasmo da Rotterdam. E tanto altro in un affresco umano dove non manca l’ironia ma anche l’amarezza dell’uomo che nella sua fragilità non trova più un senso al nostro mondo».


Ecco cosa ha raccontato Roberto Amati in questa intervista per il blog del Gruppo Albatros

Da dove nasce l’esigenza di scrivere Il collezionista di cristalli di neve e cosa rappresentano per lei questi ‘cristalli’?

«Posso affermare senza dubbio che l’emozione che nasce improvvisamente in un momento di debolezza o di forza, parte esplodendo alla percezione visiva od emotiva da una umile cosa, da un normale fatto, da un sasso o da un virgulto e bisogna scriverla quell’esplosione per non dimenticare quel momento ma forse si dimentica lo stesso. Il cristallo di neve ci somiglia: bello, geometrico, razionale ma la sua essenzialità è fragile come l’universo».

Nel libro affronta temi come la morte, la solitudine e la follia. Come è riuscito a trovare il giusto equilibrio tra introspezione e distacco narrativo?

«Vedere in faccia l’anima e raccontarla passa attraverso una forma di comunicazione catalitica o mitica che è la parola e questa non riuscirà mai ad essere una spiegazione esterna. Non ho i geroglifici giusti».

Il suo percorso professionale nel campo dell’istruzione e dei beni culturali emerge in filigrana tra le pagine del libro. In che modo questa esperienza ha influenzato la sua scrittura?

«La mia attività professionale è stata sempre a contatto con le persone organizzando e organizzando, musica teatro, cinema soprattutto con i giovani. In questo caso la mia scrittura ha risentito molto della necessità della comunicazione popolare per poter avvicinare e trasmettere agli altri che le biblioteche, gli archivi e i teatri sono l’unico nostro rifugio quando la vita fa piangere nascosti in un angolo buio».

La sua opera si distingue per un linguaggio preciso e ricco di riferimenti filosofici e letterari. Quali autori o pensatori sente più vicini al suo modo di osservare la realtà?

«Anche Salgari mi aveva aperto un mondo affascinante dell’avventura senza requie e la fantasia, fata magica anche della mia scrittura, può scaturire e fare un linguaggio di rune magiche. Ho letto molto da giovinetto e scrivevo molte poesie. Non c’era la televisione. Ho letto moltissimi scrittori stranieri come Dostoevskij, Montaigne, Gogol, Swift, Eca de Queiroz, ma soprattutto mi affascinava il teatro drammi di Strindberg, la commedia dell’arte con Goldoni, e poi oggi Eco, Bauman. Sono affascinato dalle maschere e dal circo con le sue tristezze, la sua finzione e la sua realtà».

Guardando al futuro, pensa che continuerà a scrivere o questo libro rappresenta per lei un punto d’arrivo, una sorta di bilancio esistenziale?

«Sto terminando una lunga riflessione di tipo sociale politico storico in cui l’homo sapiens sapiens è descritto nelle sue scelte agganciando, cosa negata da tutti, la storia a questi aspetti che umilmente cerco di rappresentare».

Il collezionista di cristalli di neve è un libro che invita a fermarsi, a riflettere e a guardare dentro sé stessi, anche quando il paesaggio interiore appare gelido o frammentato. Vi invitiamo a scoprirlo e a lasciarvi trasportare dalle parole di un autore che ha saputo trasformare la fragilità in consapevolezza e il pensiero in poesia. A 80 anni ci teneva a lasciare un piccolo filo della sua ‘ragnatela inutile’.

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