di Giovanni Cardarello
Una giornata in chiaroscuro per la sanità regionale dell’Umbria. Se da un lato la firma di un nuovo accordo sindacale porta risorse fresche nelle tasche di chi opera in prima linea nei pronto soccorso, dall’altro esplode la protesta dei medici specialisti ambulatoriali, che denunciano un sistema ormai al collasso e una gestione che calpesta la dignità professionale.
Accordo pronto soccorso: i numeri e i tempi del riconoscimento economico
Il 18 febbraio 2026 segna il via libera definitivo alla nuova indennità di pronto soccorso per il personale del comparto (Cisl Fp, Fials, Nursind e Nursing Up). L’intesa, che attua il contratto nazionale 2022-2024, mette sul piatto cifre precise e un cronoprogramma serrato. «Lo stanziamento regionale – si legge in una nota della Regione Umbria – è in crescita costante: si passerà dai circa 4,1 milioni di euro previsti per il 2025 a una quota strutturale di oltre 4,7 milioni di euro annui a partire dal 2026. Non si tratta solo di futuro, ma anche di recupero del pregresso: l’accordo garantisce infatti il pagamento dei conguagli per le annualità 2023, 2024 e 2025, che le aziende sanitarie dovranno erogare entro il mese di luglio 2026».
Oltre al personale dei pronto soccorso (DEA di I e II livello e ospedali di base), il beneficio economico è stato esteso anche a chi opera in contesti assimilati per disagio lavorativo: centrale operativa e postazioni del 118, elisoccorso, pronto soccorso specialistici di ostetricia e ginecologia e i servizi di radiologia dedicati all’urgenza. La presidente Stefania Proietti ha definito l’atto un «riconoscimento concreto che mette nelle tasche dei lavoratori risorse fondamentali».
La ‘verità vera’ degli specialisti: «Poliambulatori non sono reparti d’urgenza»
Al clima di soddisfazione per l’accordo fa però da contraltare la durissima lettera aperta del Sumai Umbria (Sindacato unico medicina ambulatoriale italiana). Gli specialisti si rivolgono direttamente alla presidente Proietti con parole pesanti: «La pazienza è morta». Il sindacato denuncia una gestione ‘miope e punitiva’ che vedrebbe nei medici il capro espiatorio delle liste d’attesa. Il cuore della protesta riguarda la qualità della cura: i medici rifiutano di tagliare i tempi di anamnesi e diagnosi per inseguire la ‘prestazione in più’, scontrandosi con sistemi informatici spesso malfunzionanti che rubano tempo prezioso alle visite.
Ancora più grave è la denuncia sulle condizioni di lavoro: il Sumai segnala che persino i diritti fondamentali, come i permessi della Legge 104, verrebbero talvolta subordinati a logiche burocratiche di produttività. «Chi dirige dagli agi delle stanze decisionali ignora la specificità del territorio», accusa il sindacato, avvertendo che questo clima di ‘vessazione’ sta portando alla «desertificazione delle strutture pubbliche, con professionisti pronti alla fuga e un ricambio generazionale ormai ai minimi termini».
L’affondo dell’opposizione: «Modello fallimentare»
Sulla durissima presa di posizione del Sumai si innesca inevitabilmente lo scontro politico, con i consiglieri regionali di opposizione Matteo Giambartolomei (Fratelli d’Italia) e Andrea Romizi (Forza Italia) che parlano di un «definitivo smontaggio della propaganda della sinistra». Secondo gli esponenti del centrodestra, la denuncia degli specialisti svelerebbe un vero e proprio corto circuito: da un lato gli annunci di investimenti, dall’altro una gestione che avrebbe trasformato la medicina territoriale in una «catena di montaggio».
«La denuncia sul tempo della visita considerato un ostacolo è gravissima – dichiarano Giambartolomei e Romizi – perché significa che per la Regione conta il numero delle prestazioni e non la qualità della cura. Si è raccontato che bastava aumentare i volumi per azzerare le liste d’attesa, ma ora scopriamo che lo si fa comprimendo i tempi di visita e calpestando i diritti dei professionisti». Per l’opposizione, il ‘bonus’ per i pronto soccorso non basta a coprire quello che definiscono il fallimento di un modello che «ha perso il contatto con la realtà», scaricando sui medici le colpe di scelte organizzative e politiche giudicate sbagliate.






