di Giovanni Cardarello
C’è un’ombra spietata che striscia tra i vicoli di Spoleto, ed è molto più antica e feroce di quella raccontata nelle indagini della popolare fiction Rai Don Matteo. Non si muove in bicicletta e non cerca redenzione. Parliamo della sagoma di Cruciano Coppoli, l’uomo che nel 1947 divenne il volto del terrore in Umbria.
A riportare alla luce questa figura quasi dimenticata, ce n’era traccia solo nei racconti periodici su Facebook della memoria storica cittadina, Sergio Grifoni, è il maestro del noir Carlo Lucarelli, che nel suo podcast Dee Giallo per Radio Deejay tratteggia il ritratto di quella che la cronaca dell’epoca ribattezzò, senza troppi giri di parole, la ‘Belva di Spoleto’.
Mentre l’Italia cercava di curare le piaghe della guerra, Spoleto si ritrovò a fare i conti con un predatore solitario. Lucarelli, con la sua inconfondibile narrazione, ci riporta in un’epoca di fame e macerie, dove Coppoli seminava morte nelle campagne a ridosso della città del Ducato con una violenza gratuita e primordiale. Il podcast, online da pochi giorni, dal 26 febbraio, non si limita a raccontare i fatti, ma scava nell’abisso psicologico di un uomo che per mesi tenne in scacco le forze dell’ordine, trasformando le colline spoletine in un teatro di caccia all’uomo. Riascoltare oggi il profilo della “Belva” significa scontrarsi con un male nudo, lontano dalle logiche del giallo moderno, capace di una spietatezza che oggi appare quasi aliena.
Il contrasto è stridente. Se nell’immaginario collettivo nazionale Spoleto è ormai la città del curato più famoso della TV, dove il delitto è un enigma da risolvere con un sorriso e una preghiera, la realtà storica racconta una storia ben diversa. La narrazione di Lucarelli squarcia la patina della fiction e ci ricorda che il sangue, a Spoleto, ha lasciato tracce profonde ben prima delle telecamere. È un filo rosso che sembra riannodarsi con la cronaca più cupa degli ultimi anni: dai colpi di coltello che sono costati la vita al giovane Stefano Bartoli, al tragico destino di Bala Sagor, fino al dolore sordo del femminicidio di Laura Papadia vicino al Ponte delle Torri.
L’operazione culturale di Dee Giallo ha il merito di restituire alla città un pezzo della sua identità più oscura. Non si tratta di riaprire vecchie ferite giudiziarie, ma di comprendere come il crimine, quello vero, spietato e senza sceneggiatura, faccia parte non solo della cronaca ma anche, purtroppo, della Storia di ogni territorio.
Tra la Spoleto della ‘Belva’ del 1947 e quella dei delitti che hanno segnato il biennio 2024-2026, resta la consapevolezza che, spenti i riflettori della fiction e dei social, la cronaca nera continua a scrivere capitoli che nessun racconto potrà mai addolcire.






