di Federica Porfidi
Segretaria provinciale Sinistra Italiana – Terni
Girando per la città e leggendo i giornali che riportano un susseguirsi di episodi di cronaca di aggressione alle donne, piccole risse nei quartieri, furti ripetuti con spaccate ai negozi, aggressioni in carcere a polizia e magistratura, si avverte una sensazione di nuova insicurezza e di progressivo declino che non è abituale per una cittadina o un cittadino ternano. Sarà per il passare degli anni ma verrebbe quasi da dire ‘Terni mia non sì più tu’ citando una nota canzone maggiaiola.
Eppure le amministrazioni che hanno vinto le ultime elezioni a Terni avevano basato la loro campagna elettorale proprio su questi temi. La giunta Latini aveva vinto anche sull’onda emotiva del drammatico omicidio di David Raggi, descrivendo una città a tinte fosche in preda alla criminalità e addossandone le colpe al sindaco in carica. Oggi il nuovo sindaco che ha sostituito Latini, ha preso di petto proprio il tema sicurezza con vero fare da sceriffo, ha tenuto in mano la delega alla polizia Locale e addirittura ha fatto ingaggiare da Unicusano (!) dei vigilantes privati, che nessuno ha ancora capito cosa facciano.
Quindi che cosa è che non ha funzionato? Perché la città è addirittura più insicura di 8 o 9 anni fa? È che è stato azzerato tutto il resto! Manca la prevenzione, mancano i servizi, manca il controllo sociale del territorio e, alla fine della fiera, tutto ricade sulle spalle di pochi addetti all’ordine e alla sicurezza che si trovano nell’impossibilità di gestire un caos e una preoccupazione costantemente crescenti.
Vediamo cosa è accaduto. La nostra città fino a qualche anno fa era caratterizzata da un tessuto associativo ricco e vitale. Il sindaco Latini come prima mossa per prevenire il crescente disagio giovanile chiuse proprio i centri di aggregazione ed eliminò le sedi in cui operava volontariamente buona parte dell’associazionismo socio culturale, proprio in questi giorni sta riconsegnando le chiavi Palmetta dopo una strenua e valorosa resistenza. Coniugare la ‘prevenzione del disagio giovanile’ con la chiusura degli spazi sociali, non è solo frutto di un’ovvia miopia politica, è anche la scelta costante e consapevole di queste destre di rendere i cittadini e le cittadine più soli ed isolati.
Le circoscrizioni, che rappresentavano un fortissimo presidio nei quartieri, sono state azzerate e non sostituite da altre forme di partecipazione territoriale dei cittadini e gli uffici di cittadinanza, dove dovrebbero operare i servizi sociali comunali, sono stati ridotti da 9 a 3, e chiusi quelli più importanti nei quartieri più difficili e marginali.
Assistiamo all’annullamento costante dei nostri spazi di partecipazione, quando invece abbiamo tutte e tutti bisogno di custodirli, rafforzarli e moltiplicarli anche come concreta risposta a quella esigenza di prossimità di cui la nostra comunità necessita. Anche la rete del commercio di prossimità è stata umiliata da continue aperture di nuovi centri commerciali periferici e centrali che hanno reso il centro cittadino e le strade dei quartieri un deserto di serrande abbassate. Piccoli negozi che costituiscono tessuto economico e lavorativo di tanti cittadini e cittadine, ma anche socialità e scambio e controllo sociale, perché sappiamo bene che le strade, i quartieri e le piazze sicure le fanno le persone che le vivono e le popolano.
Andrebbe inoltre analizzata la ricaduta territoriale dell’ampliamento del carcere cittadino passato ad Alta sicurezza senza che le amministrazioni comunali si interessassero di quale impatto avrebbe avuto sulla città. I servizi delle associazioni che operavano all’interno, in collaborazione con l’amministrazione comunale, sono stati cancellati. Non c’è più nessuna forma di collegamento interno esterno che supporti, ma anche monitori, la rete dei familiari in visita e che sempre più diventano anche cittadini residenti della nostra città. Il carcere stesso è luogo dove ormai latitano iniziative di recupero e integrazione socio lavorativa e aumenta il tasso di aggressività e disagio in una situazione dove le attività trattamentali sono messe in secondo piano e tutto finisce nel ricadere, come in città, sui pochi operatori di polizia Penitenziaria e sui servizi socio educativi e sanitari che non sono dotati di organici e fondi per curare i problemi delle tossicodipendenze o le crescenti situazioni di disagio mentale e abbandono sociale presenti, che una volta finita la pena ricadono nel territorio senza essere stati risolte.
Anche per i cittadini migranti le attività di integrazione sono residuali e relative ai servizi di accoglienza dei rifugiati da poco arrivati in città, mentre sono abbandonate tutte quelle iniziative di protagonismo e dialogo con le comunità migranti residenti, per favorire una partecipazione alla vita cittadina che rappresenterebbe contemporaneamente ascolto, riconoscimento reciproco e responsabilizzazione rispetto alla vita collettiva e costruzione comune di servizi e regole di convivenza. E’ un modello quindi completamente fallimentare quello che si sta sperimentando sulla nostra pelle e su quella della città che va rivoluzionato completamente.
Creare una città dove rimangono inevasi i problemi sociali e credere che sia sufficiente assumere nuovi addetti della polizia municipale, dimenticando di assumere educatori o animatori, per risolvere tutto con le denunce ai tribunali è veramente ridicolo ed è evidente che non funziona. Va fatto il contrario. Investire sulla prevenzione di tutti questi problemi per lasciare le forze dell’ordine e i tribunali liberi dal doversi sostituire agli assistenti sociali per occuparsi, invece, della criminalità organizzata che sembra sempre più attiva anche in attività di riciclaggio e di presa del territorio e delle sue attività economiche.
Ci proponiamo di aprire una riflessione alla città su questi temi, chiamando alla discussione le forze sociali ed economiche nei prossimi mesi per costruire un’alternativa, anche sull’onda delle nuove esperienze che sappiamo si costruiranno a Perugia con la nuova sindaca Vittoria Ferdinandi. Noi di Sinistra Italiana avevamo chiara la strada da tempo e, come nel documento uscito dal congresso, ribadiamo che ‘se talvolta ci sentiamo come una città assediata dai barbari alle porte, è necessario comprendere che le mura non vanno difese, ma abbattute, per lanciare insieme agli assedianti l’assalto al castello dei signori’.