di Giovanni Cardarello
Cinque regioni italiane a livello di eccellenza, il raggruppamento Piemonte-Valle d’Aosta, la Liguria, il Veneto, l’Emilia-Romagna e la Toscana. Quattro in grave difficoltà, ovvero l’Abruzzo, il Molise, la Calabria e la Basilicata. Cinque regioni che, pur essendo partite in ritardo, stanno recuperando velocemente il gap con le altre. E infine alcune regioni che vanno «supportate nella definizione della rete e nella sua successiva crescita», regioni dove «appare evidente dalla mobilità, dall’indice di fuga e dalla scarsa risposta al soddisfacimento della domanda dei pazienti residenti in Regione, l’inefficacia dei processi di base della rete». E tra queste regioni, purtroppo, spicca la Regione Umbria.
Lo afferma, senza mezzi termini, il rapporto Agenas 2023 sulle reti oncologiche regionali (QUI IL .PDF). Agenas, acronimo di Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che il giorno di Santa Lucia ha reso nota la quinta indagine nazionale sul tema. Ma cosa sono le reti oncologiche regionali e perché sono decisive per il funzionamento del sistema sanitario nazionale e dei singoli sistemi regionali? Lo spiega all’Adnkronos Salute Manuela Tamburo De Bella, coordinatrice dell’osservatorio per le reti oncologiche regionali Agenas. «La rete è un’organizzazione su cui si basa l’erogazione dei servizi sanitari. Nello specifico serve ad ottimizzare il percorso del paziente attraverso i vari step assistenziali, sia quello chirurgico, chemioterapico o radioterapico». Passaggi che vengono definiti «ad alto impatto, sia economico che di erogazione di servizi: quindi, in sintesi, la rete garantisce efficienza e sostenibilità» all’intero sistema.
Fattore che, sempre secondo il report di Agenas 2023, difetta in Umbria. Una regione che ha formalizzato la propria Ror, acronimo di Rete oncologica regionale, con la delibera della giunta regionale 1662 del 2008; al tempo la presidente della Regione era Maria Rita Lorenzetti, adottando il modello organizzativo Hub e Spoke. La Ror della Regione Umbria è in via di ridefinizione e «non sono presenti atti ed azioni relative alla governance della rete, sostenuti da finanziamenti dedicati, sulla base di analisi epidemiologiche e dei volumi di attività (come da Pne), alla governance, alle strutture ed al personale necessario al funzionamento della rete, che assicurino la sostenibilità delle strategie di continuità operativa».
Non solo. La Ror dell’Umbria non ha integrato i suoi servizi con l’attività territoriale, come indicato dal decreto ministeriale 77 del 2022, e non ha formalizzato percorsi integrati con la Rete delle cure palliative. Inoltre non è stato avviato il processo di digitalizzazione della rete, bucando, e clamorosamente, appuntamenti come l’istituzione della cartella clinica oncologica informatizzata ed un sistema efficace e riconosciuto di collegamento in rete tra le varie attività di ambulatorio e screening, nonché con il fascicolo sanitario elettronico del paziente.
Entrando nel dettaglio dei numeri, va sottolineato che il report Agenas è frutto di un monitoraggio eseguito sulla base di un questionario e di una serie di indicatori riguardanti le sette patologie oncologiche maggiori, ovvero mammella, colon, retto, polmone, prostata, ovaie ed utero riferiti all’anno 2022. E a livello di indici compositi alla relativa presa in carico dalle strutture della Ror, dall’indice di fuga fuori regione (ovvero la percentuale di ricoveri di pazienti presso struttura della Ror fuori dalla rispettiva regione di residenza) e ai tempi di attesa (percentuale di ricoveri in strutture della Ror entro 30 giorni dalla data di prenotazione).
Questi i dati specifici dell’Umbria. Relativamente alla struttura di base l’Umbria ha un indice del 25,35%. Nel caso dei meccanismi operativi è ferma al 27,70% mentre è totalmente assente – 0% – su processi sociali e su monitoraggio e valutazione. Circa l’indice composito, quello relativo alle sette patologie oncologiche maggiori, i dati per la presa in carico da strutture della rete sono positivi per la patologia alla Mammella (88%), colon (78%) e polmone (70%). Scende di livello per utero (52%) e prostata (51%) mentre crolla per la patologia del retto (31%) e ovaie con un misero 18%. Questo determina un Indice di fuga fuori regione basso per le patologie di mammella (11%), polmone (13%), colon (14%), utero e retto (29%), prostata (31%) e ovaie (59%). Ovvero due donne su tre vanno a curarsi fuori dall’Umbria per la patologia alle ovaie. Ed ecco, infine, l’incidenza sui tempi di attesa in strutture della rete. Utero 84%, colon 81%, polmone 63%, retto 61%, mammella 51% e prostata 30%.
Da segnalare, infine, che il rapporto contiene anche approfondimenti sull’analisi dello stato di attuazione della rete in termini di capacità produttiva per quanto riguarda l’attività chirurgica, di mobilità e spesa, oltre che di prossimità delle prestazioni fornite all’interno della rete, riferita alle attività ambulatoriali di chemioterapia e radioterapia.






