Dopo il successo della rubrica sulla sostenibilità strategica d’impresa, che ha portato alla pubblicazione dell’e-book ‘Shift’, Valerio Zafferani avvia un nuovo percorso dedicato all’innovazione educativa. Quindici articoli che applicano il design thinking alla scuola, analizzando il gap generazionale tra insegnanti e studenti nativi digitali. Un viaggio pratico dall’assessment emotivo della classe alla co-progettazione di nuovi modelli didattici, con strumenti concreti per dirigenti, docenti e famiglie.
La rubrica
- Parte I – dalle fondamenta sostenibili al cambiamento educativo
- Dal business alla classe: il ponte tra sostenibilità e scuola
- Cinque generazioni in una classe: il patchwork educativo
- I rischi del non innovare: quando la scuola perde i suoi studenti
- Parte II – comprendere il cervello che apprende
- Amigdala vs corteccia: la neuroscienza dell’apprendimento
- Dal docente al facilitatore: le cinque competenze emotive
- L’assessment emotivo: fotografare il clima di classe
- Parte III – il design thinking educativo in azione
- Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza
- Osservare la classe con occhi nuovi
- La matrice di materialità educativa: il cuore pulsante
- Ideare insieme: dal brainstorming al ClassLab
- Prototipare l’innovazione: dal concept alla realtà
- Testare e riflettere: la valutazione che migliora
- Parte IV – comunicare e sostenere il cambiamento
- Formare i facilitatori: coinvolgere il corpo docente
- Comunicazione esterna: le famiglie come stakeholder
- Sostenibilità educativa: dall’emergenza all’eccellenza
#3 – I rischi del non innovare: quando la scuola perde i suoi studenti – di Valerio Zafferani
Nel 2008 Nokia raggiungeva il 40% del mercato globale degli smartphone*. Nel 2013 vendeva l’intera divisione mobile a Microsoft per 7,2 miliardi di dollari**. Cos’era successo? Niente di drammatico, semplicemente aveva continuato a fare quello che aveva sempre fatto mentre il mondo cambiava. I dirigenti Nokia vedevano l’iPhone e lo consideravano troppo costoso, troppo fragile. In un’intervista del 2007, Steve Ballmer – allora CEO di Microsoft – letteralmente rideva quando gli chiedevano dell’iPhone: «500 dollari? È il telefono più costoso del mondo e non piace ai clienti business perché non ha la tastiera». Non avevano capito che il problema non era tecnologico, era di esperienza utente. La scuola italiana sta facendo lo stesso errore. Non per cattiva volontà, ma per inerzia. E i costi di questa inerzia stanno diventando misurabili, dolorosi e rischiosamente irreversibili.
Quando gli studenti abbandonano (fisicamente ed emotivamente)
I dati ISTAT 2023 parlano chiaro: il 10,5% dei giovani tra 18 e 24 anni ha abbandonato precocemente gli studi, circa 431.000 persone che hanno al massimo la licenza media***. Ma questi numeri sono solo relativi a coloro che se ne vanno fisicamente. C’è un abbandono più subdolo, quello emotivo: studenti che restano nei banchi ma hanno già mentalmente lasciato la scuola. Presenti col corpo, assenti con la mente. Gli insegnanti lo chiamano ‘disimpegno’, i genitori ‘svogliatezza’, gli psicologi ‘impotenza appresa’. Ma è semplicemente il risultato prevedibile di un sistema che non parla più la lingua dei suoi utenti. Uno studente Gen Z sottoposto a 5 ore di lezioni frontali al giorno sviluppa le stesse strategie di sopravvivenza di chi lavora in un ambiente tossico: fa il minimo indispensabile, conta i minuti, sogna l’uscita; un sogno che abbiamo avuto tutti, ma con un approccio diverso alla vita e alle aspettative. Il paradosso è che questi stessi ragazzi ‘svogliati’ a scuola passano ore su YouTube a imparare coding, dedicano pomeriggi a tutorial di Photoshop, studiano lingue su Duolingo. Perciò non è che non vogliono imparare, è che vogliono farlo in modo diverso. Quando l’apprendimento è rilevante, interattivo, su misura – funziona. Quando è standardizzato, solo frontale, uguale per tutti – fallisce.
L’altra faccia della medaglia sono i docenti. Il burnout tra gli insegnanti italiani ha raggiunto livelli allarmanti, lo stress lavoro-correlato nel settore scuola è tra i più alti in Europa. Non sorprende: provate a parlare per ore a un pubblico che vi guarda come se parlaste ostrogoto, sentendo quotidianamente che il vostro metodo è ‘superato’, che i vostri studenti vi considerano irrilevanti. Oppure provate a parlare in DAD o in FAD con tutte le persone che hanno la telecamera spenta, senza vedere volti, senza feedback, parlando a schermi neri: è un’esperienza orribile che amplifica l’isolamento e la frustrazione. Prendiamo il settore sanitario: quando i medici hanno capito che il modello ‘camice bianco che detta dall’alto’ non funzionava più con pazienti informati via internet, hanno iniziato a formarsi sulla comunicazione medico-paziente. La medicina narrativa, l’ascolto attivo, la condivisione delle decisioni stanno diventando competenze essenziali quanto la diagnosi. Un percorso ancora agli inizi – le tante aggressioni al pronto soccorso ne sono prova – ma almeno avviato. L’obiettivo è trasformare il medico da autorità indiscutibile a partner di cura. Gli insegnanti più innovativi stanno facendo lo stesso, passando da docente a facilitatore. Ma lo fanno da soli, contro un sistema che ancora li valuta su quanto programma hanno svolto, non su quanto apprendimento hanno generato.
Quando il sistema perde credibilità (e i talenti migliori)
Le aziende italiane lamentano sempre più spesso l’impossibilità di trovare profili adeguati. Non mancano i laureati, mancano le competenze. Il sistema educativo continua a produrre studenti formati per un mondo del lavoro che non esiste più, mentre le competenze richieste oggi – pensiero critico, problem solving complesso, collaborazione, adattabilità – vengono sistematicamente trascurate. Il mondo professionale ha bisogno di persone che sappiano lavorare in team multidisciplinari, gestire l’incertezza, apprendere continuamente. La scuola produce ancora studenti abituati a lavorare da soli, seguire istruzioni precise, ripetere procedure standardizzate. Il gap si allarga ogni anno, e non riguarda solo l’industria: dalle professioni creative all’imprenditoria, dai servizi alla ricerca, ovunque servono competenze che il sistema educativo fatica a sviluppare. Non serve memorizzare formule che Google fornisce in 0,3 secondi, serve capire quando e come applicarle. Non serve sapere tutto, serve sapere imparare, disimparare e reimparare. C’è un costo ancor più sottile ma devastante: la perdita di credibilità istituzionale. Quando un’istituzione smette di essere percepita come rilevante, perde autorevolezza. Gli studenti lo sentono, i genitori lo vedono, la società lo registra. La scuola rischia di diventare come la televisione generalista: qualcosa che esiste ancora, che alcuni usano per inerzia, ma che ha perso la centralità culturale che aveva. I genitori Millennials – sempre più numerosi – cercano alternative: homeschooling, scuole parentali, percorsi internazionali. Non per snobismo, ma per disperazione. Vedono i loro figli spegnersi, perdere curiosità, sviluppare ansia da prestazione senza acquisire competenze reali. Giustamente si preoccupano e, quando possono permetterselo economicamente, cercano altro. Questo crea una frattura sociale pericolosa: chi ha risorse accede a modelli educativi innovativi, chi non le ha resta intrappolato in un sistema obsoleto. L’ascensore sociale – che la scuola pubblica dovrebbe garantire – si blocca definitivamente.
Nokia aveva tutte le risorse per innovare, aveva laboratori di ricerca avanzati, ingegneri brillanti, budget enormi. Ma aveva anche una cultura organizzativa che premiava l’efficienza sulla sperimentazione, la continuità sull’innovazione. Quando si è accorta dell’errore, era troppo tardi. Il mercato l’aveva già superata. La scuola italiana ha ancora tempo, ma la finestra si sta chiudendo. Non serve una rivoluzione, serve un metodo. Il design thinking offre proprio questo: un processo strutturato per trasformare problemi complessi in opportunità, mettendo al centro le persone – in questo caso studenti, insegnanti, famiglie. Nel prossimo articolo inizieremo ad esplorare le fondamenta scientifiche di questo cambiamento: come funziona il cervello che apprende, perché l’intelligenza emotiva è cruciale quanto quella cognitiva, cosa ci insegna la neuroscienza sull’apprendimento efficace. Perché prima di applicare strumenti, serve capire su quale terreno li stiamo costruendo. Il costo del non fare nulla è troppo alto: per gli studenti che perdono opportunità, per gli insegnanti che si esauriscono e, certamente, per un Paese che non può permettersi di continuare a sprecare il suo capitale umano più prezioso.
Fonti:
* Statista, IDC – Nokia market share 2007-2013
** Microsoft-Nokia acquisition, September 2013
*** ISTAT, ‘Livelli di istruzione e ritorni occupazionali’, luglio 2024
Video storico: Steve Ballmer ride dell’iPhone (2007) – disponibile su YouTube
Prossimo articolo: #4 – Amigdala vs corteccia: la neuroscienza dell’apprendimento
Valerio Zafferani
ESG Innovation Manager per l’Umbria, consulente e formatore specializzato in sostenibilità strategica e design thinking. Dopo aver operato come imprenditore per 15 anni, ha canalizzato la sua attenzione per la sostenibilità focalizzandosi sulle politiche ESG e sull’innovazione organizzativa. Nel 2025 ha collaborato con il Gruppo Spaggiari di Parma nella formazione di insegnanti delle scuole primarie e secondarie sull’applicazione del design thinking alla didattica. È autore di ‘Quanto Basta’ (Intermedia Edizioni, 2021) e ‘Shift – Da costo a investimento: sostenibilità strategica per l’impresa del domani’ (Amazon KDP, 2025). Il suo prossimo libro ‘Rompitratta – Sull’abbracciare la complessità’ è in uscita nella primavera 2026. Ha conseguito la laurea in scienze dell’amministrazione presso l’università di Siena e ha completato tre master alla 24 Ore Business School: gestione e strategia d’impresa, marketing e comunicazione, HR e sostenibilità. È anchorman del programma YouTube ‘Un’ora con…’, dove intervista professionisti e imprenditori per promuovere la cultura aziendale e sociale.







