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Home » Covid Terni: «Abbandonati a noi stessi, che sanità è?»

Covid Terni: «Abbandonati a noi stessi, che sanità è?»

di Fabio Toni
27 Ottobre 2020
in Ambiente e salute, Apertura 5, Coronavirus, In evidenza
Tempo di lettura: 3 minuti di lettura
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di F.L.

«Io e la mia famiglia siamo ‘in ballo’ con il Covid dal 12 settembre, quando questo maledetto virus è entrato in casa contagiando prima mia nonna 92enne, poi mio padre disabile al 100% e infine la badante. Ce l’ho messa tutta per essere paziente, mi sono giustamente caricata sulle spalle tutta la pesante situazione, ma da parte del sistema di medicina territoriale non ho ricevuto alcun aiuto. Siamo stati abbandonati a noi stessi». Un’altra storia al limite in tempo di Covid19, di chi suo malgrado si trova ‘impigliato’ nelle maglie del coronavirus e non riesce ad uscirne, raccontata da una giovane di Terni che da settimane deve affrontare una situazione già complicata di per sé, aggravata dal caos che – vista anche la gran mole di casi – attraversa la sanità pubblica. Il culmine domenica quando, su indicazione (evidentemente errata) del medico di base, si è recata al drive through di via Bramante per sottoporre la badante ad un tampone di controllo, ma l’ha trovato chiuso. «Abbiamo raggiunto livelli comici» dice esasperata la donna.

SPECIALE COVID – UMBRIAON

La catena del contagio

«Già sottoporre a tampone mia nonna, ormai un mese e mezzo fa – racconta -, non è stato facile, visto che, dopo il contatto sospetto con un contagiato, i sanitari pretendevano che, a 92 anni, la caricassimo in auto per portarla al drive through. Dopo varie sollecitazioni il test le è stato fatto a domicilio ed è risultato positivo, mentre nello stesso frangente sia mio padre che la badante sono risultati negativi. È stato quindi spontaneo da parte mia, che non vivo a Terni ma a Milano, pensare che mio padre venisse isolato in una struttura apposita, dove potesse essere seguito viste le sue problematiche. Ma chiamando tutti i numeri possibili, dal Comune alla Usl al numero verde regionale, non c’è stato modo. Così, pur con la paura nel lasciarlo solo, ho deciso di farlo trasferire in un appartamento libero a nostra disposizione». Troppo tardi, però, visto che nel frattempo era stato contagiato anche lui. «Il 21 settembre è svenuto in casa, lo hanno soccorso i vigili del fuoco e il 118, che lo ha portato all’ospedale Santa Maria, dove è tutt’ora ricoverato. E dopo pochi giorni l’ha raggiunto lì anche mia nonna».

Il paradosso del drive through chiuso, l’invito ad andarci in autobus

In questo contagio a catena, il 6 ottobre anche la badante dell’anziana è risultata positiva. «Non sono potuta neanche entrare in casa a prendere le cose di mia nonna perché era tutto infetto. Fortunatamente è comunque guarita presto ed è stata dimessa. L’hanno portata a casa con il 118, con la lettera di dimissioni sulla barella e una sfilza di medicine e iniezioni da comprare di corsa di sabato pomeriggio, senza nessuna comunicazione diretta dei medici». I problemi gestionali non sono comunque finiti lì. «L’hanno rispedita a casa, allettata, senza sapere se la badante fosse anche lei guarita o meno. Perché per il tampone di controllo a 14 giorni non si è visto né sentito nessuno, sono stata io a doverlo sollecitare al medico, che prima mi ha detto che sabato sarebbe venuto a casa, poi ci ha dato appuntamento domenica, di fatto a 20 giorni dal primo, al drive through. Siamo andate a piedi, perché per tutelarmi non me la sono sentita di portarla in auto, quando siamo arrivate lì abbiamo scoperto che era chiuso. Oggi (lunedì) la signora è tornata a sempre a piedi, anche se mi sono sentita dire, sempre dal personale sanitario, ‘perché non prende l’autobus?’. Ma stiamo scherzando? Potrebbe ancora essere positiva e infettare tutti. Io invece vorrei avere la certezza che sia guarita, anche se è asintomatica, per poter stare tranquilla, rivedere mia nonna dopo un mese e mezzo e finalmente sanificare la casa».

«Sistema non adeguato»

In tutto questo tourbillon di situazioni rimane la preoccupazione per le condizioni del papà 65enne. «È immobilizzato al letto, forse lo trasferiranno a breve all’ospedale di Pantalla. Non oso immaginare come stia, oltre un mese di isolamento ti disorienta, è come una gabbia». Le riflessioni finali della cittadina sono amare. «Io mi sono presa le mie responsabilità – dice -, le ferie quando necessario, ma in tutto questo periodo, con tre malati, non si è visto alcun medico. Perché devo essere io continuamente esposta al rischio? Ci dicono di non affollare i pronto soccorso, ma come si fa senza un sistema territoriale adeguato? Io ho messo il massimo impegno per non intasarlo, ma non è stato dato stato alcuno strumento per tutelare me, la mia famiglia e gli altri. Spero solo – conclude – che la fine di questo tunnel arrivi presto».

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