di Giovanni Cardarello
Grandi crisi industriali e posti di lavoro che rischiano di evaporare da un lato; imprese, soprattutto piccole, che non riescono a trovare personale dall’altro.
È il grande paradosso del mercato del lavoro italiano, una fotografia in cui l’Umbria si inserisce perfettamente, confermando un trend nazionale sempre più preoccupante: quasi un colloquio di lavoro su tre salta prima ancora di iniziare perché nessun candidato si presenta alla selezione.
I dati, riportati dall’edizione oggi in edicola della Nazione Umbria, emergono dall’ultimo report dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre (Associazione artigiani e piccole imprese), che analizza un fenomeno esploso con forza negli ultimi anni e riferito al bilancio del 2025.
Il dato dell’Umbria: sesta regione in Italia
L’Umbria si posiziona nella parte altissima della ‘speciale’ classifica nazionale delle imprese in difficoltà: è la sesta regione italiana per criticità nel reperimento di personale a causa della totale mancanza di candidati.
Secondo le stime della Cgia, nel 2025 nella nostra regione sono mancati all’appello ben 22.863 candidati a fronte di 69.970 entrate previste nel mondo del lavoro.
In percentuale, significa che il 32,7% delle ricerche di personale è andato a vuoto per assenza di profili disponibili, un dato decisamente superiore alla media nazionale che si attesta al 30,2% (la classifica è guidata dalla Valle d’Aosta con il 39,5%).
Terni in linea con il Paese, Perugia soffre di più
Scendendo nel dettaglio provinciale, il territorio di Terni si colloca esattamente a metà della classifica nazionale (55° posto su scala italiana).
Nel Ternano la difficoltà di reperimento per mancanza di iscritti tocca il 31,6%: su 15.320 assunzioni programmate dalle aziende nel 2025, sono mancati 4.835 candidati. Un dato che si allinea quasi perfettamente alla media italiana, superandola solo di un soffio.
Va leggermente peggio, invece, in provincia di Perugia. Il capoluogo e il suo territorio si posizionano al 40° posto della classifica provinciale, con una percentuale di sedia vuota ai colloqui che sale al 33%, trainando di fatto la media regionale verso l’alto.
A livello nazionale, la maglia nera assoluta spetta alla provincia di Trento, dove il tasso di assenza ai colloqui sfiora il 40%.
I paradossi di un mercato bloccato
Il report della Cgia di Mestre mette in luce un corto circuito occupazionale evidente. Se da una parte i tavoli di crisi di colossi industriali (come Electrolux, Natuzzi, Nestlè o Beko) tengono il Paese con il fiato sospeso per il rischio di migliaia di esuberi, dall’altra il tessuto delle micro e piccole imprese viaggia a rilento perché non trova autisti, tecnici, operai specializzati o artigiani.
Una carenza di profili che non sembra più dipendere solo dal disallineamento tra domanda e offerta (il cosiddetto mismatch di competenze), ma da una radicale e preoccupante mancanza di candidati disposti anche solo a presentarsi alle selezioni.
Le cause del fenomeno: tra demografia e aspettative cambiate
Ma quali sono i motivi dietro a questa fuga dai colloqui? Gli esperti della Cgia di Mestre e i sociologi del lavoro individuano un mix di fattori strutturali e culturali.
In primo luogo pesa il fattore demografico: l’Italia, e l’Umbria in modo particolare, sta invecchiando rapidamente, riducendo progressivamente la platea di giovani che entrano nel mercato del lavoro.
A questo si aggiunge il profondo cambiamento delle aspettative post-pandemia: i lavoratori, specialmente le nuove generazioni, mostrano una minore tolleranza verso salari giudicati non competitivi, turni logoranti (come nel settore della ristorazione o del commercio) o la mancanza di flessibilità e smart working.
Molti preferiscono non presentarsi se scoprono che l’offerta non risponde a criteri di conciliazione tra vita privata e professionale, soprattutto se commisurate a cosa offrono all’estero, mentre per le professioni artigianali e manuali si sconta ancora un deficit di attrattività, con i giovani che preferiscono percorsi di studio differenti rispetto alle reali richieste del tessuto produttivo locale.






