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Home » «L’epoca del nulla venerabile. Se tutto è ‘iconico’, nulla ha più valore»

«L’epoca del nulla venerabile. Se tutto è ‘iconico’, nulla ha più valore»

Daniele Venturi propone una riflessione sul linguaggio contemporaneo, con una critica più ampia ai meccanismi della comunicazione

di Redazione
20 Luglio 2026
in Opinioni
Tempo di lettura: 4 minuti di lettura
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Che cosa resta del significato delle parole quando vengono utilizzate per definire qualunque cosa? Da questo interrogativo prende le mosse la riflessione di Daniele Venturi, che in questo intervento analizza l’abuso dell’aggettivo ‘iconico’ e, più in generale, i meccanismi della comunicazione contemporanea.


di Daniele Venturi

C’era un tempo, non troppi lustri fa, in cui le cose erano semplicemente belle, utili o, al massimo, riuscite. Poi venne l’era del ‘mitico’. Ricordo i ragazzi al bar che definivano mitica una sciarpa di lana rosso-verde, mitico un motorino truccato, mitico persino un panino con la mortadella consumato in fretta prima di un esame. Era l’esaltazione provinciale del niente, un modo per darsi un tono quando le parole mancavano e le idee pure. Ennio Flaiano, con quella sua aria stanca di chi la sapeva lunga, avrebbe probabilmente commentato che il mito, una volta, richiedeva almeno l’intervento di un dio o di un eroe; oggi basta un salumiere generoso.

Ma la lingua, si sa, cammina con i tempi, e spesso cammina all’indietro. Congedato il ‘mitico’, il frasario della modernità si è arricchito di un nuovo feticcio, più pretenzioso e decisamente più molesto: ‘iconico’.

Oggi tutto è iconico. È iconica la canottiera bianca dell’influencer di turno, è iconico il riff di chitarra suonato da un dilettante sui social, è iconico lo scorcio di una spiaggia dove si accalcano tremila persone per scattare la medesima fotografia. Persino un bacio, un panino di una catena di fast food o un paio di occhiali da sole di plastica acquistano, per decreto unanime della massa, lo status di icona. Anche qualche primo cittadino, per alcuni, finisce per essere elevato a icona della politica. In una città che di veramente iconico, forse, può vantare soltanto il suggestivo casco dell’acqua di epoca romana.

La diagnosi è fin troppo chiara: siamo di fronte a una forma di analfabetismo funzionale. In una società nella quale la sottocultura e l’ignoranza crescono a dispetto della conoscenza, la ripetizione ossessiva di un termine diventa un rifugio sicuro. Chi non ha gli strumenti per giudicare, per analizzare, per distinguere il capolavoro dalla patacca, si aggrappa all’aggettivo passe-partout. Dire che un abito è ‘iconico’ esenta dal dover spiegare perché sia elegante. Dire che un panorama è ‘iconico’ dispensa dal guardarlo davvero.

La colpa, com’è ovvio, è dei professionisti dell’apparenza, quei registi del vuoto che rispondono al nome di influencer. Il loro mestiere, dopotutto, è questo: vendere l’ordinario spacciandolo per straordinario. Il dramma vero, quello che fa stringere il cuore a chi crede ancora nella dignità della penna, è il silenzio complice di una parte del giornalismo. O meglio, di certi ‘giornalai’ che hanno rinunciato a fare domande per diventare megafoni del coro. Sono cronisti pronti a firmare elzeviri infuocati sulla piega del pantalone di un cantante, ma che perdono improvvisamente la voce e il coraggio quando si tratta di prendere posizione sulle cose serie della vita, sulla politica interna o sulle ingiustizie sociali. Sanno essere leoni solo quando si tratta di discutere simili corbellerie.

Dietro questa epidemia verbale non ci sono però soltanto i ragazzini armati di smartphone. Il contagio ha infettato anche i vecchi altari dell’opinione pubblica: i media digitali, la radio e la televisione. Strumenti che un tempo avevano l’ambizione di orientare il gusto o, quantomeno, di informare, e che oggi somigliano a zattere alla deriva, capaci soltanto di navigare a vista nel mare del consenso facile.

Prendiamo la televisione. Quello che un tempo era il focolare della nazione, capace di alfabetizzare l’Italia, oggi è un elettrodomestico che produce rumore di fondo. Nei talk show o nei contenitori pomeridiani, conduttori dallo sguardo perennemente spento presentano l’ospite del giorno decantandone il passato ‘iconico’. Poco importa se quell’ospite ha semplicemente partecipato a un reality vent’anni prima. La televisione ha barattato l’autorevolezza con l’audience e l’aggettivo salvifico serve a mascherare la povertà dei contenuti.

Non va meglio alla radio. Gli speaker, un tempo compagni di viaggio arguti e sofisticati, si sono trasformati in imbonitori frenetici. Per loro ogni canzone passata in palinsesto – anche la più sgonfia hit estiva costruita a tavolino da un algoritmo – diventa immediatamente un ‘brano iconico’. Gridano per evitare il silenzio, perché il silenzio costringerebbe a pensare. E il pensiero, si sa, non fa vendere gli spazi pubblicitari.

I media digitali hanno completato l’opera di demolizione. I siti d’informazione, ridotti a fabbriche di clic, titolano freneticamente sull’ultimo ‘look iconico’ avvistato su un red carpet. È un giornalismo che ha rinunciato alla verifica, alla critica, persino alla grammatica. Si naviga a vista, inseguendo i trend del mattino destinati a essere dimenticati la sera stessa. Questi mezzi, anziché guidare la modernità, si lasciano trascinare dalla corrente, convinti che galleggiare equivalga a navigare.

Il risultato di questa grande fiera del superlativo è una spaventosa piattezza. Quando ogni oggetto, comportamento o canzone viene elevato a icona, il mondo intero perde significato. Se tutto è straordinario, la straordinarietà diventa la norma e, quindi, svanisce. Tutto si riduce a una lista intercambiabile, a un catalogo di figurine tutte uguali, buone per essere archiviate, digerite e dimenticate nel tempo di un clic. È il trionfo del giudizio scialbamente massificato.

Dovremmo avere il coraggio di dire che la bellezza non ha bisogno di etichette prefabbricate per esistere. Il valore di un tramonto, di un vecchio disco consumato o di un cappotto ereditato da un padre non sta nella sua capacità di fare tendenza, ma nel significato segreto che custodisce per noi. La vera cultura si coltiva nel chiuso del giudizio individuale, nella capacità, tutta umana e profondamente ribelle, di dire: «Questo piace a me, e non m’importa se il mondo non lo fotografa».

Liberiamoci, allora, di questa parola abusata e insensata. Restituiamo alle cose la loro legittima fragilità, la loro magnifica normalità. Solo tornando a uno sguardo personale, libero dalle mode e dai dizionari della pigrizia, potremo ricominciare a vedere il mondo per quello che è: un luogo pieno di cose magnifiche, imperfette e, grazie a Dio, per nulla iconiche.

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