Riceviamo e pubblichiamo la riflessione inviata alla nostra redazione
di Daniele Venturi
C’è un rumore nuovo nelle città italiane. In tutte le città, compresa la mia: piccola e decadente goccia nell’immenso mare del provincialismo nazional-popolare tipico di questo Paese. Questo rumore non è il richiamo del fornaio all’alba, non è il vociare del mercato, non è nemmeno il tintinnio delle stoviglie di una cucina dove qualcuno prepara il pranzo per la famiglia. È il suono di una notifica sul telefono. Un bip. E subito dopo, il campanello. La cena è arrivata.
Un tempo si usciva a comprare il pane. Poi si usciva a prendere la pizza. Oggi non si esce più. Si aspetta. È una differenza apparentemente piccola, ma racconta una trasformazione enorme. L’Italia che ha insegnato al mondo l’arte della tavola sta lentamente sostituendo il piacere della preparazione con l’ansia dell’immediatezza. Non più il profumo del sugo che sobbolle per ore, ma l’attesa nervosa di una mappa digitale che mostra un puntino muoversi verso casa.
La tecnologia, ci dicono, serve a semplificare la vita. E forse è vero. Ma c’è una domanda che nessuno sembra voler porre: semplificare per fare cosa? Per lavorare di più? Per correre di più? O semplicemente per diventare più pigri? L’italiano medio, che un tempo avrebbe sceso le scale per comprare una focaccia a cento metri da casa, oggi paga un sovrapprezzo per farsela consegnare. Non perché sia anziano, malato o impossibilitato. No. Spesso perché è troppo stanco per infilarsi le scarpe. O troppo abituato alla comodità per considerare la passeggiata una possibilità. È una pigrizia elegante, digitalizzata, rivestita di modernità. Non si presenta come vizio, ma come conquista sociale. Eppure resta pigrizia.
Flaiano avrebbe probabilmente osservato che gli italiani corrono sempre verso il progresso purché siano gli altri a fare la fatica. E infatti eccoli lì, seduti sul divano, mentre ordinano una cena che arriverà percorrendo chilometri di traffico. La rivoluzione tecnologica ridotta a una carbonara trasportata in uno zaino isotermico. Ma il fenomeno racconta qualcosa di più profondo della semplice indolenza. Racconta la fine di un rito.
La famiglia italiana, che per generazioni si è riconosciuta attorno a un tavolo, oggi spesso si incontra attorno a un’applicazione. Ognuno sceglie il proprio piatto, dal proprio ristorante, dal proprio universo culinario personalizzato. La tavola comune perde terreno davanti all’individualismo del menù infinito. Una volta si discuteva su cosa cucinare. Oggi si discute su chi abbia il codice sconto.
Il fast food aveva già aperto la strada. Aveva insegnato che mangiare dovesse essere rapido. Il delivery ha perfezionato il concetto: non serve neppure alzarsi dalla sedia. La fretta è diventata un valore. Il tempo dedicato al cibo, che nella cultura mediterranea era parte integrante della vita, viene trattato come un fastidioso ostacolo da eliminare. Mangiare non è più una pausa. È una pratica logistica. E quando il cibo perde il suo significato culturale, inevitabilmente perde anche qualità. Le masse consumano sempre di più, sempre più in fretta, sempre più distrattamente. Non importa cosa ci sia nel piatto. Importa che arrivi presto.
La pancia governa. Il portafoglio obbedisce. Così si spendono cifre che, sommate nell’arco di un mese, farebbero arrossire gli stessi clienti che le considerano insignificanti, transazione dopo transazione. La comodità costa. Ma la comodità ha una caratteristica particolare: crea dipendenza. E ogni dipendenza rende irrazionale chi ne è vittima. Nel frattempo qualcuno quella cena la porta davvero. Qualcuno pedala. Qualcuno suda. Qualcuno rischia. Sono gli invisibili dell’era digitale. I rider, celebrati nei discorsi pubblici e dimenticati appena finita la retorica. Uomini e donne che spesso lavorano per compensi modesti, esposti al traffico, alle intemperie, agli incidenti.
Nelle sere d’inverno affrontano pioggia e gelo. In estate affrontano qualcosa di nuovo: un caldo che sembra non voler concedere tregua. Le temperature record che si susseguono anno dopo anno trasformano le città in fornaci d’asfalto. Pedalare o guidare per ore sotto il sole non è più soltanto faticoso. Diventa un problema di salute. Talvolta i rider sfrecciano senza luci adeguate, senza protezioni sufficienti, attraversando incroci e sensi vietati. È una realtà scomoda da raccontare. Non sempre per incoscienza individuale. Spesso per necessità. Quando il tempo equivale al guadagno, la prudenza diventa un lusso che molti non possono permettersi.
Così il consumatore pretende velocità. La piattaforma pretende efficienza. La strada presenta il proprio conto. E l’Italia osserva distrattamente dal divano. Ma la vicenda dei rider non è che un capitolo di una storia più grande. La stessa Repubblica che si commuove davanti alle cronache degli incidenti sul lavoro continua troppo spesso a tollerare un’economia che scarica il peso dell’efficienza sugli ultimi. Cambiano gli scenari, cambiano i mestieri, ma la logica resta sorprendentemente simile.
Nelle campagne del sud, e non solo, ci sono ancora braccianti raccolti all’alba da caporali senza scrupoli, trasportati su furgoni che sembrano provenire da un’altra epoca, pagati quanto basta per sopravvivere, mai abbastanza per vivere. Nelle città, il caporale spesso non porta coppola e sigaretta: indossa il volto impersonale di un algoritmo. Non urla ordini dal bordo di un campo, ma assegna consegne, tempi e punteggi attraverso uno schermo. Cambiano gli strumenti, non sempre i rapporti di forza. La modernità ama raccontarsi come una liberazione. Talvolta è soltanto una vecchia ingiustizia che ha imparato a parlare inglese.
Eppure il problema, oggi, non riguarda soltanto i salari o i contratti. Riguarda qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato un tema da romanzo distopico: il diritto a non essere cotti vivi mentre si lavora. Giugno, luglio, agosto. Mesi che nella memoria collettiva italiana evocavano vacanze, mare, piazze assolate e angurie tagliate a fette. Oggi evocano bollettini meteo allarmanti, allerte sanitarie e temperature che sfidano i limiti della sopportazione umana. Operai, manutentori, agricoltori, corrieri, rider, addetti alla logistica: milioni di persone continuano a lavorare mentre l’asfalto fuma e l’aria sembra uscire da un forno industriale.
Per questo emergono esigenze nuove, che nuove, in fondo, non sono: il diritto al raffrescamento, il diritto alle pause, il diritto a interrompere l’attività nelle ore più torride della giornata, il diritto a non dover scegliere tra la salute e lo stipendio. Sono richieste di semplice civiltà. Eppure vengono spesso trattate come concessioni straordinarie. Sembra quasi che una parte del mondo economico fatichi a comprendere una verità elementare: nessuna produttività vale un colpo di calore; nessun servizio vale una vita umana; nessuna consegna entro dodici minuti giustifica una corsa verso il pronto soccorso o verso il cimitero.
Forse il vero dramma non è il cibo che arriva a domicilio. Sarebbe assurdo sostenere che ogni consegna rappresenti una sconfitta culturale. Esistono esigenze reali, condizioni legittime, servizi utili. Il dramma è l’abitudine. È la trasformazione dell’eccezione in regola. È la rinuncia quotidiana a piccoli gesti che tenevano insieme salute, socialità, famiglia e comunità. Perché una civiltà non declina tutta in una volta. Declina un’abitudine dopo l’altra. E allora forse vale la pena ricordare che l’Italia non è nata davanti a uno schermo. È nata attorno a una tavola. Tra un olivo e una vigna. Tra il pane spezzato e il vino condiviso. Tra le mani rugose di una nonna che non aveva bisogno di un’applicazione per sapere cosa servisse a una famiglia. La cucina mediterranea non è una raccolta di ricette. È una forma di umanesimo.
Ma proprio qui si affaccia un dubbio, quasi amletico, che dovrebbe inquietare ogni cittadino più di qualsiasi campagna pubblicitaria: se oggi ci facciamo consegnare la cena perché non abbiamo tempo di prepararla, domani cosa ci faremo consegnare? Le passeggiate? Le conversazioni? Gli affetti? Delegando ogni incombenza, ogni fatica e ogni attesa, finiremo per delegare anche la nostra umanità?
Che cosa ci prospetta il prossimo futuro? Una società di individui sempre più comodi e sempre più soli? Sempre più connessi e sempre più isolati? Sempre più serviti e sempre meno liberi? Oppure avremo la saggezza di fermarci, di correggere la rotta, di comprendere che il progresso autentico non consiste nel ridurre l’uomo a consumatore, ma nel restituirgli tempo, dignità e relazioni?
Sono domande senza risposta. Ed è proprio questa assenza di risposta a renderle urgenti. Dall’italiano medio, prima di tutto, chiamato a riscoprire la dignità del tempo, del movimento, della preparazione e della convivialità. E dalle istituzioni, sempre pronte a moltiplicare tavoli di discussione, commissioni, protocolli, dichiarazioni d’intenti e conferenze stampa, ma molto meno sollecite quando si tratta di proteggere concretamente i lavoratori, la salute pubblica e la qualità della vita.
Perché il bene comune, in questo Paese, sembra essere diventato una di quelle vecchie barzellette da bar: tutti lo conoscono, tutti ne parlano, tutti ridono amaramente quando viene raccontato. Ma nessuno sembra disposto a prenderlo sul serio. Eppure l’Italia resta lì, sotto il sole del Mediterraneo, con la sua straordinaria eredità di sapori, di piazze, di famiglie, di lentezze feconde. Come una madre paziente che continua a chiamare i propri figli alla tavola di casa. Tra gli ulivi argentati che seguono il vento, tra le vigne che disegnano le colline e tra i campanili che sorvegliano i paesi addormentati, sopravvive un’idea antica e preziosa di convivenza: mangiare insieme, lavorare con dignità, vivere senza sfruttare e senza essere sfruttati. Sarebbe ora di rispondere a quel richiamo. Per i singoli, per i pochi, per la moltitudine e per tutti.
Prima che la cucina mediterranea sopravviva soltanto nei depliant turistici, il lavoro dignitoso soltanto nei discorsi ufficiali e il bene comune resti davvero l’ultima, tragica barzelletta raccontata davanti a un bancone, tra un caffè frettoloso e un Paese che continua a correre senza sapere dove stia andando.






