di Giovanni Cardarello
L’Italia dei camici bianchi è in ‘codice rosso’: mancano all’appello 5.716 medici di famiglia. Una voragine che mette a rischio l’assistenza di prossimità in tutto lo stivale. A far scattare l’allarme è l’ultimo report della Fondazione Gimbe (tarato sui dati del 2025) che ha messo in fila i numeri dell’emergenza regione per regione.
In questo scenario di sofferenza generale, però, l’Umbria riesce a posizionarsi nella parte ‘meno peggio’ della classifica. Il cuore verde d’Italia infatti, come spiega ‘Il Messaggero Umbria‘, conquista il quinto posto tra le regioni italiane per la quota media di assistiti. Dietro statistiche che sembrano rassicuranti, tuttavia, si nasconde la battaglia quotidiana dei piccoli borghi per non restare isolati. Vediamo perché.
I numeri: l’Umbria e il parametro ideale
Lo studio della Fondazione Gimbe fissa il parametro di efficienza a un medico di famiglia ogni 1.200 assistiti. In Umbria il dato è di poco superiore: un medico ogni 1.223 pazienti. Per rientrare perfettamente nei ranghi e azzerare il sovraccarico, servirebbero da subito almeno 12 nuovi medici di base. I dati, elaborati attraverso la Sisac (la struttura che rappresenta le Regioni nel rinnovo degli accordi collettivi), mostrano però un’Italia spaccata. Se in Lombardia il rapporto sale a 1.533 pazienti per dottore, con un fabbisogno di oltre 1.500 medici, l’Umbria da un lato tiene botta, ma il suo sistema scricchiola sotto il peso dei pensionamenti e della scarsa attrattività delle zone periferiche.
Il dramma dei piccoli centri: i casi Pierantonio e Monte Santa Maria Tiberina
Il problema non è solo una questione di cifre assolute, ma di distribuzione capillare. Come sottolineato dal presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, l’alta saturazione limita la ‘libera scelta’ del cittadino. Per questo motivo nelle aree interne dell’Umbria, la carenza si trasforma in emergenza sociale. I sindaci dei comuni più piccoli, racconta sempre ‘Il Messaggero‘, sono spesso costretti ad inventare soluzioni pur di garantire un presidio sanitario. Esemplare è il caso di Monte Santa Maria Tiberina, dove due pensionamenti consecutivi hanno rischiato di lasciare un intero territorio senza cure primarie.
Ancor più recente è la vicenda di Pierantonio, frazione di Umbertide. Qui l’addio di un medico di base ha aperto un caso istituzionale. Per scongiurare il ‘deserto sanitario’, in una zona già martoriata dal sisma del 2023, la Usl Umbria 1 si è mossa per reperire locali idonei e la stessa Pro loco è scesa in campo offrendo gli spazi del Cva. Segnali di una comunità che resiste, ma che chiede risposte strutturali per evitare lo spopolamento.
La geografia della carenza
Andando a volo di rondine sul resto dei dati forniti dalla Fondazione Gimbe, c’è da registrare che mentre Basilicata, Molise e Sicilia restano le uniche ‘isole felici’ con i numeri in ordine, le grandi regioni del nord e del centro Italia arrancano. In Umbria la sfida prossima ventura sarà quella di coprire i vuoti di organico localizzati che, se trascurati, rischiano di trasformare il diritto alla salute in un privilegio per chi vive solo nei grandi centri urbani.






