«Un uomo solo, senz’altro, e che ha sofferto molto. Ma ho letto cose che non mi sono piaciute perché non rendono giustizia alla persona e al professionista che era. Per questo ho deciso di intervenire». A parlare è un’amica di Gianluca Stafisso, il 56enne di Castelnuovo di Assisi morto il 18 novembre in un centro di detenzione per immigrati a Shinagawa (Tokyo). L’uomo viveva da alcuni anni in Giappone e in quella sorta di ‘carcere’ ci era finito a seguito del venir meno delle condizioni per il soggiorno nel Paese del Sol Levante. La prima ipotesi è che il 56enne, fotografo e grafico, si sia tolto la vita ma le indagini – autopsia compresa – sono destinare a fare piena luce sul tragico accaduto.
«Intanto era molto bravo sul suo lavoro – racconta -, perché era creativo, molto abile con la macchina fotografica, con l’aerografo. Comunque divertente e ricco di inventiva, tratto che gli era rimasto anche quando il computer aveva preso il posto degli strumenti da lavoro più tradizionali. Fra l’altro anche in Giappone aveva vinto alcuni premi di fotografia». Gianluca Stafisso aveva lasciato da tempo l’Italia. La prima destinazione era stata la Thailandia e poi, dopo il ritorno in patria – «segnato da amarezze lavorative» racconta la donna – si era diretto in Giappone dove aveva costruito la sua nuova vita. In Italia aveva i familiari, ma con il passare del tempo i contatti si erano rarefatti e la madre è venuta a mancare poco più di un anno fa. Per anni aveva operato a Perugia, presso il suo studio di via del Conventuccio. «Una volta ci fu un brutto episodio, un’aggressione ai suoi danni in ufficio – prosegue l’amica -. Quella storia, finita nelle aule del tribunale, di certo non lo aveva aiutato a cercare quella serenità che non ha mai raggiunto. Gianluca è sempre stato un po’ ‘inquieto’, un’anima travagliata che portava sulle spalle i fardelli di una vita».
Non era semplice stare dietro alle sue vicende personali, alla perenne ricerca di un sostegno che forse non ha mai trovato fino in fondo: «Una volta non gli risposi al telefono e lui, con la sua abilità creativa di fotografo e grafico, mi scattò una foto di nascosto, la trattò come disegno a carboncino stampandola su degli adesivi con su scritto ‘wanted’ e li attaccò sulla porta di casa mia e sull’auto. Era il suo modo di comunicare, a volte di chiedere aiuto, che a qualcuno può sembrare strano ma che faceva intuire un carattere complesso e un’umanità non banale né comune». Ora gli aspetti da chiarire si legano tutti alla tragica sorte che si è consumata in Giappone – «non poteva rientrare in Italia e non so perché», dice l’amica -, nella speranza che gli inquirenti facciano piena luce sull’accaduto: «Se n’è andato come ha vissuto. Ma era un uomo buono e profondo».
Senzatetto perugino muore in un centro di detenzione per migranti in Giappone






