di Giovanni Cardarello
C’è un numero che continua a pesare come un macigno sul bilancio sociale, ed economico, dell’Umbria: quello dei 1.519 cittadini, in gran parte ultraottantenni, rimasti ad oggi tagliati fuori dal sistema delle residenze sanitarie assistite (Rsa). Se già lo scorso 7 febbraio umbriaOn aveva acceso i riflettori su questa emergenza silenziosa, i nuovi dettagli emersi delineano un quadro ancora più critico, trasformando una carenza di posti in una vera e propria paralisi gestionale.
Lo stallo del Piano socio-sanitario
Gestione della non autosufficienza che è finita al centro di un acceso dibattito politico a seguito di un’interrogazione presentata da Nilo Arcudi. Il consigliere regionale di Umbria Civica ha sollevato una questione di equità sociale estremamente delicata, denunciando l’esistenza di una vera e propria frattura tra cittadini di ‘serie A’ e di ‘serie B’. Secondo Arcudi, il blocco delle convenzioni sta creando una discriminazione inaccettabile, separando chi ha le risorse economiche per pagarsi l’assistenza privata da chi, pur avendone diritto, resta escluso dalle cure. Il cuore del problema, come spiega ‘Il Corriere dell’Umbria‘, risiede in una sorta di ‘palude burocratica’ che vede come protagonista il nuovo Piano socio-sanitario regionale.
Questo documento, fondamentale per sbloccare i fondi necessari e raddoppiare la disponibilità dei posti convenzionati, è rimasto impigliato nelle pieghe del calendario politico. E sebbene dovesse essere operativo già dallo scorso dicembre, la sua approvazione ha subito continui slittamenti, paralizzando l’azione delle direzioni delle Usl 1 e 2. Le conseguenze pratiche di questo ritardo si misurano nei numeri della sofferenza. Sono ad oggi, infatti, 708 i residenti in attesa nel territorio perugino e ben 811 in quello ternano, per un totale di 1.519 persone che attendono risposte certe. Risposte che, senza il via libera tecnico al Piano socio-sanitario, le Usl non possono dare trovandosi nell’impossibilità di contrattualizzare nuovi posti. Tutto questo genera un paradosso per il quale molte strutture sono già accreditate e pronte all’uso, ma rimangono accessibili esclusivamente a prezzo pieno.
Una situazione che costringe centinaia di famiglie a farsi carico di costi insostenibili. La denuncia di Nilo Arcudi, che punta il dito contro un sistema che non riesce a stare al passo con i bisogni reali del territorio, mette in luce come il diritto alla salute dei soggetti più fragili sia in sostanza ostaggio di una burocrazia lenta, che rischia di trasformare un servizio pubblico essenziale in un privilegio per pochi.
L’insostenibile peso del ‘privato forzato’
I numeri, sempre secondo ‘Il Corriere dell’Umbria‘, sono drammatici. Per i nuclei familiari umbri questa stasi si traduce, in pratica, in una scelta tra l’assistenza domiciliare ‘fai-da-te’ e il ricovero privato a tariffa intera. In questo scenario, le rette possono lievitare dai 2.600 fino ai 4 mila euro mensili, una cifra che erode rapidamente i risparmi di una vita. È la conferma di quanto già analizzato da umbriaOn lo scorso mese, ovvero quello del rischio, più che concreto, della definitiva cristallizzazione di una sanità a due velocità, dove la presa in carico clinica è subordinata alla disponibilità di un ‘contratto’ pubblico che continua a tardare.
Il paradosso economico: l’ospedale come parcheggio
L’aspetto più paradossale della vicenda riguarda però l’efficienza della spesa pubblica. Esiste un divario enorme tra il costo di una convenzione in Rsa, che si aggira sui 60 euro giornalieri a carico della sanità regionale, e quello di un ricovero improprio in ospedale. Quando una persona anziana non trova posto in una struttura protetta, finisce spesso per occupare un letto nei reparti di medicina interna, dove la degenza costa alla collettività tra i 500 e gli 800 euro al giorno. Mantenere le liste d’attesa bloccate, dunque, non rappresenta un risparmio, ma un aggravio di costi che finisce per intasare i pronto soccorso e sottrarre risorse preziose ai pazienti acuti.
La sfida del fattore tempo
La giunta guidata da Stefania Proietti punta ora sulle risorse derivanti dall’incremento dell’addizionale Irpef per finanziare il potenziamento del settore, ma con un indice di vecchiaia tra i più alti d’Italia – dove gli ultraottantenni rappresentano il 9% della popolazione – il tempo è la variabile più critica. La sfida per palazzo Donini, come spiega non è più solo quella di reperire i fondi, ma di trasformarli con estrema rapidità in atti concreti per dare una risposta alle oltre 1.519 famiglie umbre che non possono più aspettare i tempi della politica.
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