di Giovanni Cardarello
Una donna umbra, una lavoratrice, madre di due figli minori di 3 anni: ha vissuto negli ultimi quindici mesi un vero e proprio calvario sia a livello economico che burocratico. Un calvario che l’ha lasciata, nel momento più delicato della vita dei suoi figli, senza stipendio e senza sussidio di disoccupazione. Il tutto per via di un operatore economico poco affidabile, una cooperativa del terzo settore, e – secondo quanto riportato dal quotudiano ‘Il Messaggero Umbria’ – dell’errata interpretazione delle norme a tutela della maternità da parte dell’Inps. Vediamo i dettagli partendo dai fatti.
La donna, assunta a tempo indeterminato in una cooperativa del terzo settore, nella primavera del 2024 si è trovata in una situazione economica gravissima. Aveva lavorato per mesi, dall’ottobre del 2023, senza mai percepire lo stipendio. Questa condizione, insostenibile, l’ha costretta a rassegnare le dimissioni nell’aprile del 2024 al fine di tutelare la propria famiglia. Le dimissioni volontarie, in caso di madri lavoratrici con figli così piccoli, sono tutelate dalla normativa e non richiedono la presentazione del modulo telematico. Sono equiparate alla perdita involontaria del lavoro ma devono essere convalidate dall’Ispettorato del Lavoro. E qui arriva il primo intoppo.
La donna, come riporta ‘Il Messaggero‘, si è vista rigettare dall’Inps, per ben due volte, la richiesta di NASpI (Nuova assicurazione sociale per l’impiego), l’indennità mensile di disoccupazione destinata ai lavoratori dipendenti che hanno perso il lavoro in modo involontario. Indennità corrisposta per un massimo di due anni. Ma, come spiega al quotdiano l’avvoato Nunzia Parra, che tutela la donna, l’Inps ha «erroneamente ritenuto obbligatorio il modulo online delle dimissioni ai fini della concessione del sussidio». Secodo il legale, una lettura eccessivamente restrittiva della norma a tutela della maternità e, nella sostanza dei fatti, errata. A questo punto per la lavoratrice umbra non c’è stata altra possibilità che procedere con un ricorso amministrativo.
Un ricorso per quella che, in prima lettura, sembrava «una mera svista della pubblica amministrazione». Ma il ricorso, contrariamente alle attese, lo scorso autunno è stato respinto anche dal comitato provinciale dell’Inps di Perugia. Una decisione che ha ulteriormente appesantito le condizioni economiche della donna. Vista la gravità della situazione, è stato presentato un ricorso cautelare ma non è bastato nemmeno questo. Durante l’udienza, infatti, il giudice del lavoro di Perugia ha proposto alle parti il riconoscimento dell’intera prestazione in via di conciliazione. Ma l’Inps ha rifiutato la proposta.
A questo punto è stato necessario incardinare il giudizio di merito, che si è concluso con una decisione netta del giudice del lavoro: riconoscimento del diritto alla NASpI per la lavoratrice, con decorrenza dalla prima richiesta effettuata a maggio 2024. Fino a gennaio 2025, la donna non aveva beneficiato di alcun sostegno. «È inaccettabile – commenta sempre a ‘Il Messaggero’ l’avvocato Parra – che sulla base della falsa applicazione delle norme a tutela della maternità e della genitorialità, l’ente pubblico abbia negato il sussidio richiesto». E rincara la dose. «E nonostante i ripetuti tentativi della mia assistita di chiarire la posizione. L’auspicio – conclude il legale – è che a nessuna altra donna, in un momento di particolare fragilità a causa della perdita involontaria del lavoro, venga illegittimamente negato il sussidio della NASpI, strumento fondamentale per garantire autonomia, protezione economica e tutela della dignità».






