di Gianni Giardinieri
Negli anni ’30 la Germania nazista sviluppò una mina anti-uomo che si rivelerà efficacissima, denominata ‘schrapnellmine’, più comunemente nota come schrapnell o ‘bomba betty’. Una volta innescata, non esplodeva subito ma si alzava da terra per circa un metro e nel giro di 4 secondi detonava ad altezza uomo, con esiti facilmente immaginabili. La sua caratteristica era dunque di essere un ordigno a scoppio ritardato.
Il ricorso al Tar da parte della Regione Umbria contro il Comune di Terni, in relazione alla determina numero 2088 del 23 luglio 2025 a firma del dirigente architetto Piero Giorgini, propedeutica alla stipula della convenzione tra lo stesso Comune e Stadium Spa per la realizzazione del nuovo stadio (poi avvenuta in data 1° agosto 2025) e contestuale realizzazione dell’opera privata (la clinica), ha avuto lo stesso effetto della schrapnell: una mina esplosa in ritardo ma ampiamente prevista.
Le ‘schegge’ della detonazione stanno già producendo i loro effetti, a partire da quelli in capo alla famiglia Rizzo, proprietaria del club di via della Bardesca, che avrebbe appreso la notizia del ricorso con grande fastidio. Non è immaginabile, ora, capire chi risulterà vincitore da questo scontro legale.
Chiarissimo, invece, che il ricorso della Regione Umbria (che ha fatto ‘domanda cautelare’, cioè ha chiesto la sospensione con effetto immediato ed in via preliminare della determina del Rup Piero Giorgini) allungherà sine die i tempi per l’eventuale realizzazione del progetto ‘stadio-clinica’, complicando in maniera importante il cronoprogramma che avevano pianificato il dottor Gian Luigi Rizzo e consorte, la dottoressa Laura Melis. Con ogni probabilità, a pagarne un prezzo sarà anche la Ternana Calcio, che a questo punto potrebbe diventare, per il Gruppo Villa Claudia, più un problema che un’opportunità.
Le prime reazioni che provengono da Roma sarebbero stizzite e improntate al disappunto. Anche di sorpresa, magari, visto che si confidava in un iter molto più codificato e solido. Certo è che nel suo ricorso la Regione ci va giù pesante. Al punto 4, assolutamente centrale nell’impostazione dello stesso, si sottolinea che la Regione, nella conferenza decisoria del 2022, aveva dato il proprio assenso «alla sola realizzazione dello stadio, con specifiche prescrizioni, ed escludendo la clinica/casa di cura».
Di più: il consenso della Regione, in sede di conferenza decisoria, era limitato «alla sola autorizzazione astratta della edificabilità dello stadio […] escludendo testualmente l’assenso alla realizzazione della clinica, tantomeno con il finanziamento dell’operazione stadio con eventuali posti accreditati alla clinica».
Questo perché, sottolinea ancora il ricorso (punto I.3), con la delibera di giunta regionale numero 1399 del 2023 «è stata allineata la rete ospedaliera alla precedente DGR 212 del 2016». Tradotto: gli 80 posti letti sono sì previsti per la provincia di Terni, ma «è da escludersi che tali posti letto siano destinati alla clinica/casa di cura per cui è causa, ancora non esistente e soprattutto non autorizzata».
La Regione, nel suo ricorso, contesta anche un altro punto fondamentale: le modifiche che aveva chiesto in sede di conferenza dei servizi «erano riferite esclusivamente allo stadio; al contrario, per la clinica/casa di cura non vi erano prescrizioni da ottemperare mediante modifiche, in quanto la realizzazione della stessa era stata negata». Tranciante, senza tanti giri di parole. Tanto netto e senza possibilità di equivoci, fino ad arrivare a definire l’operato del Rup Piero Giorgini «confusionario e commistivo di diversi istituti giuridici».
Uno inequivocabile e forse anche questo ha contribuito a mandare ‘storta’ la giornata di martedì dei coniugi Rizzo, che da più parti vengono definiti irritati e sconcertati dalla piega che hanno preso gli eventi. Magari anche pronti a prendersi una pausa di riflessione, chissà.
ARTICOLO CORRELATO
Terni, nuovo stadio: la Regione impugna l’atto del Comune. È bagarre: le prese di posizione






