di Fra.Tor.
«Abbiamo paura ogni sera quando dobbiamo chiudere. Non sappiamo più come proteggerci. E il centro di Terni è ormai in balìa del degrado e della violenza». A parlare è la titolare del Sipario Bistrot, noto locale di via Primo Maggio che in poco più di un mese ha subito ben tre atti vandalici e furti. L’ultimo episodio è avvenuto nel primo pomeriggio di mercoledì, intorno alle 15, mentre la titolare si trovava fuori città.
«Mi hanno mandato foto e video terribili. Una donna si è avvicinata al locale, ha dato in escandescenze e ha distrutto tutto ciò che avevamo all’esterno: tavolini, sedie, fioriere, arrivando persino a spaccare una vetrina. È l’ennesimo episodio in poche settimane e non ce la facciamo più». Ma l’episodio di oggi è solo l’ultimo di una lunga sequenza. Una settimana fa ignoti hanno rubato i tablet usati per il lavoro. Quindici giorni prima, una ladra è entrata e ha svuotato la cassa. In più occasioni, i tavoli e le fioriere sistemate fuori dal bistrot sono stati danneggiati o divelti. Tutti fatti che, denuncia la titolare, sono stati segnalati alle autorità, purtroppo senza conseguenze.
«Sappiamo perfettamente chi sono, le telecamere lungo la via li riprendono chiaramente ogni volta. Eppure, ogni segnalazione si perde nel nulla. Queste persone restano libere di continuare a distruggere, minacciare, rubare». Il tono è di profonda esasperazione, ma anche di sconforto e rabbia. La sensazione, racconta ancora la titolare, «è quella di essere abbandonati dalle istituzioni. Il centro di Terni è diventato il teatro del degrado. Ogni giorno si assiste a risse, furti, aggressioni. Le attività commerciali continuano a chiudere. Chi resiste, come noi, si ritrova a lavorare con la paura addosso. Ci sentiamo lasciati soli da chi dovrebbe proteggerci».
Il grido d’allarme è chiaro e diretto: «Servono più controlli, più sicurezza, interventi immediati e concreti. Non solo per il Sipario Bistrot, ma per tutte le attività del centro storico, sempre più in difficoltà tra crescente criminalità, vandalismo e senso di insicurezza. Inizio davvero a pensare – conclude – che dovremo chiudere. E non perché non vogliamo lavorare, ma perché non possiamo farlo in queste condizioni. Non è più sostenibile».






