di Giovanni Cardarello
Un ritardo strutturale che pesa come un macigno sulla vita di chi ogni giorno viaggia per lavoro o studio. Il coordinamento dei comitati pendolari umbri (e reatini) mette nero su bianco, sul proprio sito, una lettera di protesta vibrante. Destinatari gli inquilini di palazzo Donini a cui chiede una revisione profonda dell’accordo quadro tra Regione Umbria e Rfi, attualmente sospeso. Un accordo che rischia di penalizzare ulteriormente i collegamenti regionali a favore dell’alta velocità.
Il bilancio dei ritardi: 60 giorni l’anno sottratti ai pendolari
Stando alle rilevazioni degli utenti, la deviazione di sei treni chiave sulla linea convenzionale anziché sulla direttissima genera un ritardo di circa 30-40 minuti per ogni tratta. Questa inefficienza produce un accumulo quotidiano di 240 minuti che, proiettato su base annua, raggiunge la cifra record di 87.600 minuti. Si tratta di un vero e proprio «furto di tempo», scrivono i pendolari, pari a 1.460 ore, l’equivalente di 60 giorni solari persi ogni anno. «Due mesi di vita persi sui treni solo perché i convogli non possono accedere alla rete veloce», denunciano i rappresentanti dei viaggiatori.
I punti critici dell’accordo
Nel mirino del coordinamento c’è soprattutto la clausola secondo cui la Regione Umbria accetterebbe che l’assegnazione delle proprie tracce non debba ostacolare l’utilizzo dell’infrastruttura da parte di altri operatori (alta velocità a mercato). Una scelta che, sempre secondo i pendolari, pone i servizi Regionali e Intercity in una posizione di estrema debolezza, specialmente in caso di saturazione della rete. Vengono inoltre segnalati disagi specifici su treni chiave come il 4156 Roma-Ancona e il 4725 Perugia-Roma, oltre ai cronici sovraffollamenti causati dalle limitazioni dei treni toscani alla stazione di Orte, che costringono i passeggeri umbri a viaggiare in condizioni precarie.
Penali irrisorie e costi per la collettività
Durissima la critica sul sistema delle penali previsto per Rfi in caso di mancato rispetto degli standard: circa 23 mila euro l’anno a favore della Regione Umbria. «Una cifra irrisoria rispetto al danno, anche esistenziale, subito dai pendolari», si legge nella lettera. Oltre al danno per l’utenza, si profila un rischio economico per l’ente pubblico. Il servizio meno performante potrebbe ridurre i ricavi da bigliettazione, mentre l’allungamento dei tempi di viaggio aumenterebbe i corrispettivi dovuti a Trenitalia per il maggior impiego di personale e manutenzione.
L’appello: «Difendere il diritto alla mobilità»
Il coordinamento chiude la lettera chiedendo alla Regione Umbria una valutazione rigorosa delle ricadute tecniche e sociali prima di procedere al via libera definitivo dell’accordo quadro. L’invito è a non accettare passivamente decisioni assunte in nome della concorrenza (con riferimento ai pareri Agcm e Art) che finiscono per declassare i servizi pubblici essenziali e violare il diritto alla mobilità garantito dalla Costituzione.






