di Giovanni Cardarello
Non è più un fenomeno episodico, ma un rischio strutturale che sta mettendo sotto pressione il sistema sanitario umbro. I nuovi dati regionali delineano infatti uno scenario allarmante: la violenza nei confronti del personale sanitario e socio-sanitario continua a crescere, con conseguenze sempre più pesanti per chi ogni giorno opera negli ospedali e nei servizi territoriali.
Per rispondere a questa situazione, la Regione Umbria ha sottoscritto una rete di protocolli operativi congiunti con le prefetture di Perugia e Terni e con le quattro aziende sanitarie regionali, vale a dire le due Usl e le due aziende ospedaliere. L’obiettivo è chiaro: rafforzare la sicurezza nelle corsie e nei presìdi territoriali, sancendo una politica di ‘tolleranza zero’ nei confronti di ogni forma di aggressione. Il nuovo Piano sanitario e socio-sanitario regionale parte da un principio preciso: non può esistere un effettivo diritto alla salute se prima non viene garantita la sicurezza di chi presta le cure.
L’escalation nel triennio e l’allarme del primo semestre 2026
L’analisi epidemiologica regionale evidenzia un netto peggioramento del fenomeno, con un incremento complessivo del 37% delle segnalazioni nel corso del triennio. Nel primo anno di monitoraggio (2023) erano state registrate 151 segnalazioni, con 179 operatori coinvolti. L’anno successivo (2024) il dato è salito a 207 segnalazioni e 262 professionisti aggrediti. Nell’ultima rilevazione annuale (2025) il fenomeno si è consolidato su livelli di forte criticità, con 211 segnalazioni e 281 operatori coinvolti, confermando come le aggressioni rappresentino ormai un problema strutturale e non più episodico.
I dati del primo semestre 2026 confermano il trend. Nei primi sei mesi dell’anno sono già 111 gli operatori rimasti coinvolti in episodi di violenza sul territorio regionale. Nel dettaglio, la Usl Umbria 2 registra il dato più elevato con 48 operatori coinvolti, seguita dalla Usl Umbria 1 con 40 casi. Numeri inferiori, ma comunque oggetto di costante monitoraggio, nelle aziende ospedaliere: 14 professionisti aggrediti a Terni e 9 a Perugia.
La distribuzione complessiva del fenomeno vede storicamente in prima linea la Usl Umbria 2, che concentra il 31% del totale delle aggressioni, seguita dall’azienda ospedaliera di Perugia con il 30%, dalla Usl Umbria 1 con il 23% e infine dall’azienda ospedaliera di Terni con il 15%.
Genere e categorie professionali: un fenomeno fortemente asimmetrico
I dati confermano una marcata disparità di genere: due vittime su tre sono donne. La quota femminile si attesta oggi al 66%, dopo aver raggiunto un picco del 69,4% nei mesi precedenti. A pagare il prezzo più alto sono le professioni caratterizzate dal contatto più diretto e continuativo con i pazienti, che da sole rappresentano oltre l’80% delle aggressioni complessive. Gli infermieri risultano di gran lunga la categoria maggiormente colpita, con il 64% dei casi e 180 operatori coinvolti. Seguono i medici chirurghi, pari al 20,2% delle vittime, e gli operatori socio-sanitari, con poco meno dell’8%.
Dove e come si consuma la violenza: il paradosso dell’alleanza terapeutica
La violenza verbale continua a rappresentare la forma di aggressione più frequente, ma è la crescita degli episodi fisici a destare maggiore preoccupazione. Le aggressioni sono passate da 38 a 57 nell’ultima rilevazione annuale, alle quali si aggiungono 12 episodi di danneggiamento alle strutture. I reparti ospedalieri si confermano gli ambiti maggiormente esposti: in testa figurano le aree di degenza con 58 casi, seguite dai pronto soccorso con 31 episodi e dai servizi psichiatrici di diagnosi e cura con 14 segnalazioni.
Sul territorio risultano particolarmente esposti gli ambulatori, le strutture psichiatriche territoriali, gli studi dei medici di medicina generale e i servizi di continuità assistenziale. Uno degli aspetti più significativi riguarda il profilo dell’aggressore. Il 97% degli episodi avviene infatti nell’ambito della cosiddetta ‘alleanza terapeutica’. Nella grande maggioranza dei casi le violenze sono commesse direttamente da utenti e pazienti; in una quota significativa, invece, gli aggressori sono parenti o caregiver. Un dato che evidenzia la profonda crisi del rapporto di fiducia tra cittadini e personale sanitario.
Il protocollo operativo: quattro direttrici di intervento
Il nuovo protocollo operativo avrà una durata di 24 mesi e punta a superare la logica delle semplici raccomandazioni attraverso impegni concreti e coordinati tra tutte le istituzioni coinvolte.
Il primo fronte riguarda la gestione delle emergenze. Le strutture sanitarie segnaleranno tempestivamente alle forze dell’ordine le situazioni caratterizzate da un eccezionale aggravamento del rischio attraverso il numero unico di emergenza 112. Polizia di Stato e carabinieri garantiranno passaggi di vigilanza e pattugliamenti mirati presso i pronto soccorso, con particolare attenzione alle fasce orarie notturne e ai giorni festivi, oltre al potenziamento degli orari dei presìdi fissi di polizia già presenti negli ospedali. Parallelamente, le aziende sanitarie aggiorneranno i documenti di valutazione del rischio e rafforzeranno l’effetto deterrente attraverso l’installazione di cartellonistica e monitor informativi.
Sul piano professionale saranno attivati corsi di formazione dedicati alla gestione dei conflitti e alla comunicazione con l’utenza, con l’obiettivo di fornire agli operatori strumenti utili a prevenire e gestire situazioni di tensione. La prefettura promuoverà inoltre incontri periodici di coordinamento e monitoraggio con i comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica.
L’attività, svolta in sinergia con l’Inail, consentirà di valutare il fenomeno anche sotto il profilo dell’infortunio sul lavoro e di favorire un cambiamento culturale che riporti gli ospedali a essere luoghi nei quali chi cura possa lavorare in sicurezza e chi si rivolge ai servizi possa ricevere assistenza in un clima di fiducia.
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