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Home » Umbria: «Si investe ma il lavoro diminuisce»

Umbria: «Si investe ma il lavoro diminuisce»

di Fabio Toni
16 Luglio 2017
in Attualità, Economia, Imprese, Lavoro, Opinioni
Tempo di lettura: 2 minuti di lettura
Un presidio della Perugina

Un presidio della Perugina

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di Michele Greco
Segretario Fai Cgil Umbria

In Umbria ormai si è presa un piega strana e come sindacato iniziamo a tremare ad ogni annuncio di investimenti. Battute a parte, crediamo sia ormai necessario evidenziare alcune mancanze gravi, che inficiano come al solito le varie iniziative in materia di rilancio economico degli ultimi governi a livello nazionale, ma con evidenti ricadute sui territori

La tanto decantata ‘industria 4.0’, senza adeguati accorgimenti e interventi, sta rivelando tutto il suo potenziale distruttivo sul fronte occupazionale, in maniera perentoria e nefasta. Le aziende, a fronte dei 2,6 miliardi di euro stanziati dal governo, stanno, seppur in maniera frammentata e in rapporto alle proprie dimensioni, finalmente investendo sui propri processi produttivi, ammodernando i propri impianti, cercando di rendersi competitive su un mercato difficile e di certo non in crescita.

È successo in due grandi fabbriche dell’Umbria, Perugina e Colussi, anche sulla spinta delle continue richieste del sindacato. Tuttavia, siamo ora arrivati ad un gigantesco paradosso: a fronte dell’ingente investimento messo in campo in entrambe le aziende, il saldo occupazionale invece di essere positivo si rivela paurosamente negativo.
Che fare dunque?

Di certo, un sindacato al passo coi tempi, non immagina di fermare le lancette dell’orologio del progresso né tanto meno le può rimettere indietro. Al contrario serve un ulteriore salto in avanti per aggiungere ‘un ingranaggio’ a queste dinamiche, quel pezzo che negli ultimi anni i vari governi hanno dimenticato in maniera preoccupante o, peggio, hanno volutamente relegato alla voce danni collaterali.

Quell’ingranaggio – tanto per restare in tema di orologi – è il tempo. Ci vuole tempo per gestire una fase di transizione che, invece, da un punto di vista tecnologico, viaggia a ritmi sconosciuti nel passato. Allora, se è vero che si tratta di una nuova era per il mondo del lavoro e per i lavoratori, è altrettanto doveroso ammettere che il sistema di tutele e di welfare va aggiornato e adeguato al repentino evolversi del mondo del lavoro.

Su questo, come Flai Umbria, abbiamo già insistito negli incontri con i parlamentari umbri avuti sulle vertenze aperte nel territorio. Non si possono annunciare contemporaneamente milioni di investimenti e centinaia di esuberi. Il jobs act è già vecchio rispetto alla nuova fase e soprattutto non rappresenta un valido strumento e non dà soluzioni. Non ha dato vita ad un sistema di formazione del capitale umano e riqualificazione del personale; troppi ritardi e una facile rincorsa al nuovo, scopiazzando male le esperienze di altri paesi, Germania in testa.

Serve oggi una fase nuova: quella che destina risorse al fattore umano, sia in termini di recupero occupazionale che di accompagnamento nella fase critica della perdita del posto di lavoro. Non basta più destinare risorse sempre e solo alle imprese, miliardi di euro. È necessario invece predisporre una strategia di contenimento degli impatti occupazionali, facilitando i pensionamenti con una misura ad hoc, magari legata a doppio filo a Industria 4.0, e al contempo occorre predisporre percorsi di riqualificazione e formazione veri, funzionali al ritorno nel ciclo produttivo del 4.0. Insomma, se questo paese vuole guardare avanti lo faccia, ma non si può lasciare indietro nessuno.

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