Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un medico, il dottor Giovanni Amolini, che di recente ha perso la cara sorella Patrizia. Il suo, oltre che un ricordo, è anche un ringraziamento ai professionisti dell’Hospice di Terni. Parole che fanno riflettere.
di Giovanni Amolini
La sofferenza, quando entra lentamente nella vita di una famiglia attraverso la malattia di una persona amata, cambia il modo stesso di guardare il mondo. Cambiano i silenzi, cambiano le attese, cambiano persino le parole. Il tempo perde la sua corsa abituale e si misura attraverso visite, terapie, speranze improvvise e improvvise ricadute.
È dentro questa fragile sospensione dell’esistenza che si comprende quanto il dolore umano non sia un concetto astratto, ma una realtà concreta fatta di dettagli quotidiani: mani da stringere, notti insonni, piccoli gesti di cura, paure che nessuno riesce davvero a dire fino in fondo.
Patrizia attraversò questo lungo tempo della malattia con una dignità silenziosa e una dolcezza che la sofferenza non riuscì mai completamente a spegnere. Vi sono persone che, pur consumate dal dolore, continuano istintivamente a preoccuparsi degli altri, quasi volessero proteggerli persino mentre avrebbero diritto soltanto ad essere consolate. Era questa la sua forma discreta di amore: un sorriso lieve, una parola delicata, il tentativo continuo di non pesare su chi le stava accanto.
Accanto al dolore emerge allora anche un’altra verità spesso dimenticata dalla nostra epoca: la cura non coincide soltanto con la tecnica. Vi sono dottori che si impegnano per guarire o ridurre le malattie con tutti gli ausili che la tecnica mette loro a disposizione e vi sono medici che non si limitano a trattare una malattia, ma sanno ancora vedere la persona che soffre.
In questo senso la presenza del ‘medico’ Manuela Margaritelli ha rappresentato qualcosa di prezioso e profondamente umano. La sua professionalità si accompagna a una rara capacità di ascolto, di vicinanza, di delicatezza. Entrava nelle stanze della sofferenza senza invaderle, riuscendo a rendere meno fredda la paura attraverso la semplice forza della presenza. Le cure palliative ricordano infatti qualcosa che la società contemporanea tende spesso a dimenticare: anche quando non è più possibile guarire, rimane sempre possibile curare. Rimane possibile alleviare, accompagnare, custodire la dignità della persona fino all’ultimo istante.
Proprio qui si manifesta una delle forme più alte dell’umanità: restare accanto a chi soffre senza voltarsi dall’altra parte. Il dolore non rende automaticamente migliori. Tuttavia può insegnare una forma nuova di attenzione verso la fragilità degli altri. Chi attraversa davvero la sofferenza comprende quanto sia illusoria una cultura fondata soltanto sull’efficienza, sulla forza e sulla prestazione. La malattia ricorda che ogni essere umano conserva valore anche nella debolezza, anche nella dipendenza, anche quando il corpo perde lentamente la propria forza.
Di Patrizia rimane certamente il vuoto della perdita, ma rimane soprattutto la memoria di una gentilezza capace di resistere persino dentro il dolore. E rimane anche la gratitudine verso chi ha saputo accompagnarla con autentica umanità. Perché, alla fine, nessuno può eliminare completamente la sofferenza di un altro essere umano; eppure una presenza vera può impedire che il dolore diventi solitudine.
P.S. Un pensiero di sincera gratitudine va anche a tutto il personale della Usl Umbria 2 che, con professionalità, umanità e discrezione, ha accompagnato Patrizia e la nostra famiglia nel tempo della malattia. Nei momenti più difficili, la gentilezza di uno sguardo, una parola delicata o una presenza attenta possono diventare un aiuto prezioso che non verrà dimenticato.






