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UmbriaON

Home » Il jazz raffinato di Tommaso Genovesi

Il jazz raffinato di Tommaso Genovesi

di Fabio Toni
28 Agosto 2020
in Cultura, Spettacolo
Tempo di lettura: 5 minuti di lettura
Tommaso Genovesi

Tommaso Genovesi

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di Danilo Bazzucchi

Siciliano d’origine, veneto di adozione, dodicenne inizia a suonare con il suo primo gruppo di pop-rock nei locali ed in molte manifestazioni in Sicilia. Poco dopo si avvicina al jazz ed in particolare a quel rock-jazz di Miles Davis, Weather Report, Chick Corea. Trasferitosi in Veneto, approfondisce i suoi studi sul jazz e ricomincia a fare concerti, collaborando con famosi musicisti. Attualmente ha all’attivo tre album usciti per Caligola Records. Parliamo di Tommaso Genovesi.

È nato in Sicilia, precisamente a Noto. Da bambino inizia ad appassionarsi alla musica e a suonare insieme ai suoi amici. Di solito a quella età è più frequente appassionarsi al calcio o ad altri sport, cos’è che la fatta indirizzare verso la musica, è stata una sua scelta o qualcuno l’ha indirizzata?

«Mio padre da giovane ha suonato per un po’ la batteria, amava le canzoni e mi ha trasmesso la sua passione per la musica. A casa mia siamo cresciuti con la radio sempre accesa che trasmetteva musica leggera. Quando avevo 10 anni, mi ha regalato una fisarmonica e da lì ho cominciato a suonare ad orecchio, da autodidatta. I primi rudimenti di musica me li ha insegnati il prete della parrocchia (leggere le note e la composizione degli accordi) e presto ho abbandonato la fisarmonica (che vedevo, allora, come uno strumento antico…) per passare all’organo, che aveva un suono più moderno e incisivo e che sentivo nelle rock band che apprezzavo, come i Santana, i Deep Purple. Verso i 12/13 anni ho cominciato a suonare con gruppi pop rock e poi non ho più smesso. In quel periodo ho suonato tanta musica diversa, visto che ci esibivamo nei dancing e negli hotel, ma anche in feste private e matrimoni, e facevamo ballare la gente. Naturalmente la mia prima passione fu il rock e in quel periodo mi resi conto del valore che aveva la musica per me come mezzo d’espressione. Era il mio linguaggio più congeniale. Contestualmente cercavo di mettere in pratica nello strumento ciò che ascoltavo, sia da un punto di vista armonico che nell’improvvisazione (il mio mito era Keith Emerson)».

Lei suona il pianoforte, ha fatto il conservatorio o è un autodidatta? Qual è stato il motivo (se c’è) per cui ad un certo punto si è appassionato al jazz ed ha iniziato a studiarlo, tanto da condurre, per qualche anno, un programma su alcune radio private locali?

«Io sono autodidatta, a parte l’aver studiato un po’ di solfeggio e sei mesi con un maestro di pianoforte, all’età di 13 anni. In linea di massima ho imparato molto ascoltando e riproducendo ciò che sentivo, affinando via via l’orecchio. La mia passione per il pianoforte è legata alla scoperta del jazz che avvenne tra i 15 e i 16 anni. Anche lì complice la radio, che considero uno strumento formativo, per me, tanto quanto la scuola. Ascoltavo un programma pomeridiano intitolato ‘Per voi giovani’, che era quanto di più illuminante potesse esserci sulla cultura giovanile; trasmettevano rock, progressive, cantautori, folk, west coast, jazz. Ma era un programma che parlava anche degli scrittori della beat generation, di femminismo, del movimento studentesco, controcultura. E lì ascoltai per la prima volta Miles Davis periodo elettrico, Coltrane, Weather Report, Chick Corea, Herbie Hancock. Fu una folgorazione, perchè rispetto al rock che in quel momento era il mio riferimento, in questa musica sentivo armonie nuove che mi affascinavano, e poi c’erano i fiati, il suono del piano elettrico, era un mondo seducente da scoprire, con una notevole varietà ritmica e degli assoli meravigliosi. A questo punto cominciai ad informarmi sulla storia di questa musica, cercando dei libri presso la biblioteca comunale e ascoltando tutti i programmi specialistici che RadioTre (soprattutto) trasmetteva. Questo ascolto influenzò il mio modo di suonare e comprai un piano elettrico che affiancai all’organo nella band in cui suonavo. I musicisti con cui suonavo in quel periodo erano ben più maturi di me e amavano il jazz e la bossanova, quindi mi aiutarono ad approfondire questo genere. La musica è stata in quel periodo per me la chiave d’accesso e di lettura del mondo. La storia del jazz è legata a tutto il ‘900, agli Usa, al razzismo, alla politica, al pacifismo degli anni ’60, alla contestazione giovanile, ai movimenti radicali neri e a quelli non violenti. Le mie esperienze radiofoniche si svolsero tra il 1976 e il 1978. Fummo coinvolti da alcune ‘radio libere’, come si chiamavano all’epoca, che ci davano la possibilità di trasmettere, senza censura, tutta la musica che volevamo, cosa che alla Rai al tempo non era permessa. Quindi riuscii a fare, per almeno due anni, un programma di un’ora dedicato al jazz due volte la settimana, preparando schede monografiche di grandi jazzisti e commentando i brani che trasmettevo (così come sentivo fare ai miei maestri di Rai RadioTre). In ogni caso l’esperienza con la band pop terminò dopo il 1979 e in quel periodo ebbi il mio primo pianoforte e cominciai a dedicarmi al jazz, in un tempo in cui tutti i supporti che adesso sono scontati non esistevano, ivi compresi gli spartiti e i ‘real book’ che bisognava acquistare per posta da qualche negozio di Milano».

A 24 anni si trasferisce in Veneto, integrandosi subito con l’ambiente musicale locale e ricominciando a fare concerti. Come mai ha scelto questa regione? È stata una casualità o una scelta ponderata?

«In realtà io dopo gli studi cercavo la mia indipendenza economica e, alla prima occasione di lavoro, sono finito in Veneto in modo assolutamente casuale. Infatti la musica è stata sempre la mia grande passione che ho dovuto affiancare ad un altro lavoro. Ho colto gli stimoli che l’ambiente musicale poteva darmi, che al tempo (come adesso) era molto vivace. Inoltre, ebbi modo di ascoltare molti grandi del jazz, dato che c’era una notevole offerta di concerti. Il primo musicista che conobbi fu il compianto Lanfranco Malaguti con il quale diventammo presto amici. Lui mi presentò un po’ musicisti e così cominciai ad inserirmi nell’ambiente e poi a suonare con alcuni di questi».

Guardando il suo curriculum, già molto corposo, si trovano degli studi approfonditi di jazz moderno, seminari di studio con nomi prestigiosi, collaborazioni con bravissimi musicisti e tre album pubblicati. A che punto pensa che sia la sua carriera? Dei tre album fino ad esso usciti – Night Funk, Never Knows, Open Spaces – quale ritiene che sia il migliore o che le ha dato più soddisfazioni?

«Nello studio della musica non si finisce mai d’imparare. Da autodidatta buona parte del mio approfondimento si è concretizzato nel razionalizzare ciò che avevo compreso al livello intuitivo, ma che non riuscivo a giustificare. Poi, certo, ho studiato armonia e nei pochi seminari ai quali ho partecipato, ho cercato di capire il modo di fare musica di alcuni grandi pianisti (Franco D’Andrea più di tutti), anche perchè nel jazz ognuno segue un proprio percorso. Ho avuto modo di suonare con tanti bravi musicisti e imparare da loro ascoltandoli, confrontandomi, ricevendo anche qualche reprimenda. Parallelamente ho sviluppato l’inclinazione a scrivere dei brani e a suonarli con un quartetto che, via via, variava alla ricerca di musicisti con cui condividevo lo stesso modo di sentire lo sviluppo della musica. Ogni registrazione che ho fatto rappresenta il punto in cui ero arrivato in quel momento, in termini evolutivi. Sia da un punto di vista della scrittura che da quello dell’organizzazione della musica. Sono sempre grato ai musicisti che hanno condiviso i miei progetti, in quanto mi hanno aiutato con l’entusiasmo e con i suggerimenti. Se dovessi scegliere, il cd che sta uscendo adesso, ‘Open Spaces’ (Caligola Records), è quello che ritengo il più maturo. Con l’ultimo quartetto (Alberto Vianello sax, Marco Privato contrabbasso e Emanuel Donadelli) sono riuscito ad avere una notevole empatia e l’interplay che abbiamo realizzato è ancora ‘in fieri’. C’è un equilibrio tra i temi, le strutture e una certa libertà nell’improvvisazione. Rappresenta la mia visione della musica adesso. Del resto siamo in continua evoluzione».

Quali sono i suoi progetti per il futuro, naturalmente sperando che si risolva il problema del Covid-19, e se ha un sogno nel cassetto ce ne può parlare?

«Non ho un particolare sogno nel cassetto, se non quello di promuovere il cd e fare tanti concerti con questo gruppo. Naturalmente, scrivere nuovi brani e andare avanti nello sviluppo della musica. Certo, la situazione della musica dal vivo in Italia non è rosea, l’interesse del pubblico è sempre più basso, vuoi perché i gusti cambiano e vuoi perché l’educazione musicale, in Italia, non viene ritenuta importante. E non parlo dei festival estivi che in genere funzionano, ma dell’attività dei club, che assicurano continuità e capillarità all’attività concertistica e che danno spazio alla maggioranza dei gruppi e delle proposte musicali. Il Covid-19 semmai ha reso più acuto un problema già esistente. Mi auguro che si ritorni alla normalità quanto prima, altrimenti molti locali che operano su ambienti stretti non potranno più organizzare concerti».

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