di Daniele Lombardini
Membro della direzione Pd Umbria
Rivoluzione digitale ed ecologica, instabilità internazionale, disintermediazione, demografia: il mondo nuovo non aspetta nessuno e mette le classi dirigenti dei Paesi davanti alle necessità di elaborare pensiero, nuove prospettive e scelte talvolta coraggiose. Se per le destre le parole d’ordine diventano ‘neutralità tecnologica’, ‘deregulation e sicurezza’, ‘patriottismo e difesa’, ‘sovranismo energetico e alimentare’, le forze progressiste rispondono con ‘green new deal’, ‘diplomazia e cooperazione internazionale’, ‘integrazione e welfare’, ‘nuovi diritti a tutele’. Uno scontro che si colloca all’interno di un processo globale di ridefinizione delle identità e delle ambizioni dei territori ad ogni livello, un risiko impazzito in cui le armate che lanciano i propri dadi, sostenute da nuove e vecchie paure, dal pregiudizio radicato e dalla ostinata semplificazione, rischiano di chiudere la partita con successo.
Anche per l’Umbria e gli umbri è tempo di chiarire cosa essere da grandi. Abbiamo superato la sindrome del ‘piccolo è bello’, la patologia autoimmune della ‘decrescita felice’, ma rischiamo di rimanere imbrigliati in quell’immaginifico che le forze della conservazione dipingono come uno scrigno, un buon ritiro per chi ha risorse da investire. Insomma, una fiction con gli abitanti (pochi) intorno. È tempo di riscrivere tale narrazione, perché non possiamo ambire solo ad essere una ‘Regione per restare’, ma costruire ‘una Regione da scegliere’. Basta con la postura da prefiche che piangono per l’inverno demografico o lo spopolamento della aree interne. Oltre ai cervelli da trattenere bisogna interrogarsi (e provare ad agire) su come attirarne nuovi.
Essere ‘attraenti’ significa però dispiegare possibilità su tutta la realtà regionale, mettendo in primo luogo i motori più grandi di una ripartenza, Perugia e Terni, nella posizione di generare quella spinta necessaria al bene di tutti i sistemi economico-sociali correlati.

Appare allora evidente, quasi banale, la necessità di un riequilibrio non territoriale ma di funzioni. Quale struttura deve avere l’Umbria per essere competitiva davvero (con gli altri, non fra i propri campanili)? Quali infrastrutture prioritarie? Quali servizi e con quale livello di dislocazione sono utili alla popolazione attuale e potenziale? Quali economie di scala e di qualità si possono generare? È un ripensarsi molto più profondo di qualunque palliativo spostamento di confine su singole partite.
A cominciare ad esempio dalla riorganizzazione del sistema socio-sanitario. Quali sono le esigenze reali di una popolazione di una regione piccola, con un profilo anagrafico ben delineato, diffusa in un territorio altamente frazionato? Quale sostenibilità economica nello scenario di lungo periodo? Quale infrastruttura tecnologica? Laicizzando così la riflessione e depurandola di ogni legittima (per carità) ambizione di territorio e di filiera, nella mia zona, il Ternano, appare evidente l’esigenza di una solida sanità territoriale che sia in grado realmente di rispondere ai bisogni quotidiani e di un ospedale dell’Umbria del sud: uno, per l’Umbria, di eccellenza e con la capacità di attrarre professionisti e pazienti da fuori regione.
Personalmente ritengo stucchevole il discorso su perimetro e sede della Usl. Perché è storicamente e razionalmente un falso problema: l’unificazione precedente tra Asl 3 e Asl 4 fu una ‘fusione a freddo’, la sede mantenuta a Terni ma i servizi (e dirigenze) furono organizzati sull’esistente, sulla presenza cioè di personale già incardinato nel ruolo e processi inalterati. Un cittadino non si cura con la sede, ma con un servizio ben pensato e gestito. Non è il numero di contenitori che si realizzano o dove si ‘poggiano’, ma a cosa servono e se vengono fatti lavorare con efficacia rispetto alle risorse date. Allo stesso modo non è il numero dei distretti, ma il loro reale impatto nelle comunità di riferimento. A partire dai bisogni socio-sanitari di queste ultime. La discussione che si aprirà con la partecipazione del nuovo Piano socio-sanitario regionale dovrà avere la volontà e la forza di un approccio realistico, competente e pragmatico.
Con l’occhio sempre di chi guarda dal sud dell’Umbria, qualche segnale positivo viene dalla nuova articolazione degli uffici regionali a Terni (giunta regionale e gruppi consiliari, Centro per le pari opportunità, il Centro antiviolenza, Afor, Sviluppumbria, Arpal). Un’azione che però non può e non deve sostanziarsi solo in un quadro di valorizzazione patrimoniale, ma essere un primo passo nella riorganizzazione funzionale regionale e di un rilanciato rapporto con il territorio. Altri centri di interesse regionali, seguendo questa logica, dovranno insediarsi a Terni fra i quali, a mio avviso, una precedenza assoluta, diventata ormai emergenza: quel Dipartimento universitario sulle nuove tecnologie (dall’AI alla cybersecurity, aggiungerei anche i nuovi linguaggi) del quale anche il Rettore ha recentemente parlato. Un punto chiave di ripartenza per le imprese e la comunità. Ancora prima di auspicabili e relativi nuovi corsi di laurea, specializzazioni e master.
È il momento di dare forma ad un nuovo modo di stare in Umbria, una posizione che la classe dirigente – politica, associativa, imprenditoriale, cooperativa… insomma quella che meno prosaicamente si impegna, accompagna i figli piccoli a scuola, che paga il mutuo, frequenta le occasioni di incontro e svago – sia pronta a discutere, condividere e rilanciare. O una classe dirigente di qualsiasi colore è consapevolmente cittadina del proprio tempo o, semplicemente non è. E non può lamentarsi se poi il dibattito pubblico si consegna alle soluzioni di altri che, anche in precedenza, non hanno brillato per lungimiranza, visione e operatività.
Terni e Perugia hanno differenze nella storia economica e sociale, ma una missione comune: far sì che quella invenzione amministrativa del 1970 diventi realmente un modello attrattivo di sviluppo dal nome Umbria. Per troppi anni si è vissuto su un comodo (e ipocrita) campanilismo autoassolutorio, senza produrre idee, visioni, progetti e avere la capacità di sostenerli sui tavoli istituzionali e non. Troppo facile – e poco utile si è dimostrato – raccattare consensi così. Fisiologico che poi quando, ad esempio, arriva chi strilla ‘mai più schiavi di Perugia’, anche con argomentazioni strampalate, faccia breccia in un tessuto cittadino già preparato nel tempo a questo ritornello. Risulta comunque più credibile di chi lo ha usato nel tempo, ‘riportando a casa’ (per usare un’espressione del ‘kit campanile’) veramente poco.
Ed è un errore demonizzare chi ha dato il proprio voto all’imbonitore di turno, perché significa non aver compreso quello che chi chiunque vive la città sente. Una ulteriore dimostrazione di inadeguatezza, altro che ‘connessione sentimentale’. Terni deve essere messa in condizione di competere non solo con Perugia, ma con qualsiasi altra città: questo il compito di una classe dirigente umbra davvero contemporanea. La mentalità passatista, in un mondo che richiede velocità, competenza e adattamento continuo (aggiungerei creatività, perché no?), non consente lotte tra poveri (anche di idee) ma sentieri comuni di crescita. Perché un ‘cuore verde’ va fatto battere.






