A partire da una celebre frase pronunciata da Umberto Eco nel 2015, Daniele Venturi propone una riflessione sul rapporto tra social network, informazione e opinione pubblica. Un’analisi critica dei meccanismi che alimentano polarizzazione, odio online e sfiducia nei confronti della competenza.
di Daniele Venturi
«I social media dànno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Quando Umberto Eco pronunciò queste parole, nel 2015, l’universo digitale gridò al reato di lesa maestà democratica. A distanza di quasi un decennio, quella profezia non solo si è avverata, ma ha generato un nuovo protagonista della comunicazione contemporanea: il ‘tuttologo da tastiera’.
Un tempo il bizzarro del paese era confinato al suo sgabello, sospeso tra un bicchiere di vino e una teoria strampalata sul meteo, sulle scie chimiche, sul terrapiattismo o sull’universo. Le sue convinzioni restavano circoscritte al bancone del bar e, nella maggior parte dei casi, venivano presto ridimensionate dagli interlocutori. Oggi quello stesso individuo dispone di una cattedra globale dalla quale impartisce lezioni al mondo. La transumanza digitale ha trasformato il divano di casa in un’aula magna itinerante. Il lunedì sono tutti virologi, il martedì esperti di geopolitica, il mercoledì climatologi. Nel fine settimana diventano commissari tecnici della nazionale. È la fiera del nulla cosmico elevata a sistema di pensiero.
Assistiamo ogni giorno a cortocircuiti logici: ambientalisti inflessibili che, pochi minuti dopo, celebrano l’ultimo gadget del consumismo più sfrenato acquistato con un clic. Persone prive delle competenze necessarie per mettere in discussione il lavoro di scienziati, medici o statistici, che tuttavia dispensano sentenze con assoluta sicurezza. Il dramma è che verba volant, scripta manent: le fesserie da bar un tempo evaporavano con i fumi dell’alcol, mentre oggi restano scolpite nei server della rete, memoria permanente dell’arroganza dell’ignoranza.
Dietro questa marea di fango anonimo e rabbioso si nasconde spesso la miseria psicologica dell’odiatore di professione. L’odio online ha un sapore diverso: più anonimo, più vigliacco. È la rivalsa dei mediocri, di coloro che non sono riusciti a essere nulla e non perdonano agli altri di essere qualcosa. L’hater vive di una frustrazione cronica, di un’invidia sociale mascherata da sete di giustizia. Lo schermo del computer diventa lo scudo della sua codardia: gli permette di sputare veleno senza dover guardare negli occhi la propria vittima. Si nutre del male altrui perché non ha un bene proprio da coltivare. È una folla che non cerca il confronto, ma la lapidazione pubblica del malcapitato di turno, per sentirsi, almeno per qualche minuto, superiore a qualcuno.
Questa fabbrica del risentimento non è un incidente di percorso, ma il risultato di una precisa logica industriale alimentata dagli algoritmi. Le grandi piattaforme digitali non hanno un’anima: hanno un bilancio da far quadrare. La logica della Silicon Valley è semplice quanto cinica: il tempo è denaro e nulla trattiene l’utente davanti allo schermo più della rabbia. Gli ingegneri del codice hanno scoperto che l’indignazione genera più traffico della solidarietà e che un insulto produce più clic di un complimento.
L’algoritmo non premia la verità dei fatti né la pacatezza dei toni, ma la violenza dell’espressione. Funziona come un megafono che amplifica il grido più sguaiato e soffoca il sussurro della ragione. Isola le persone in bolle di risonanza dove ciascuno ascolta soltanto l’eco delle proprie convinzioni, radicalizzando i giudizi e trasformando ogni dubbio in un presunto complotto. Più la società si divide, più le piattaforme guadagnano. Il giudizio collettivo finisce così per seguire le stesse regole del tifo ultras.
Tutto viene ridotto a una partita di calcio. Non esistono sfumature, complessità o dati di fatto: o sei della mia squadra o sei il nemico da abbattere. È un’opinione liquida, pronta a cambiare direzione non appena cambia il vento del momento o l’algoritmo decide di alimentare un nuovo sdegno collettivo. Si passa dal giustizialismo più feroce al garantismo più disinvolto nello spazio di un tweet o di un commento, a seconda di chi sia il politico o il personaggio pubblico finito nella gogna mediatica.
Questa apparente ‘democrazia della parola’ non produce dialogo, ma alimenta la polarizzazione sociale. Gli eserciti digitali si affrontano in trincee di insulti dove l’ascolto è bandito. Mentre milioni di utenti si accapigliano sui social per una virgola o per una teoria del complotto vecchia di decenni, chi detiene davvero il potere economico e politico osserva una società sempre più distratta e frammentata. Una società anestetizzata dal proprio rumore di fondo appare sempre meno capace di costruire un confronto autentico. È l’apoteosi dell’assurdo. Altro che rivoluzione.
Siamo diventati un popolo che cerca più facilmente un colpevole che una verità. Una deriva che riguarda anche il nostro Paese e che mette a nudo la crescente difficoltà di riconoscere il valore della competenza. Accettare il giudizio di chi sa significa, in fondo, riconoscere i propri limiti. Vale per la scienza, vale per la storia e vale persino per la vita quotidiana. Aveva perfettamente ragione Ennio Flaiano quando scriveva il suo memorabile verdetto: «L’italiano ha un solo vero nemico: l’arbitro di calcio, perché emette un giudizio».






