di Giovanni Cardarello
Da un lato ci sono i nastri da tagliare, i cantieri del Pnrr portati a termine nel rispetto dei tempi e gli stabili fiammanti pronti ad accogliere i cittadini. Dall’altro, lo spettro più temuto: quello delle cosiddette ‘scatole vuote’. Parliamo della sanità territoriale dell’Umbria, un settore che si trova davanti a un bivio cruciale nel percorso di potenziamento della medicina di prossimità guidato dalla Missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un contesto nel quale la rete strutturale avanza ma l’organico arranca vistosamente.
Il dato: l’Umbria e il buco di organico
A quantificare i termini di questa emergenza è una recente analisi de ‘Il Sole 24 Ore‘ elaborata sulla scorta degli ultimi monitoraggi di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, sullo stato dell’arte della medicina territoriale. Il nodo cruciale è proprio la dotazione di personale da inserire all’interno delle équipe multidisciplinari, composte da medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di famiglia e assistenti sociali, destinate alla presa in carico globale del paziente.
Secondo i calcoli basati sugli standard minimi del Decreto ministeriale 77, nello scacchiere delle future ‘case della comunità’ dell’Umbria mancano all’appello 111 professionisti sanitari tra medici e infermieri. Nello specifico, 84 infermieri e 27 medici. Una carenza strutturale che rischia di compromettere la reale erogazione dei servizi e l’assistenza h24 o h12 prevista dalla riforma.
Per correre ai ripari e scongiurare il flop delle sedi deserte, la Regione Umbria, al pari di altre realtà come Toscana, Marche, Sardegna, Puglia e Abruzzo, ha dovuto approvare specifici atti di indirizzo e percorsi formativi volti a riorganizzare il personale esistente e a istruire celermente nuovi infermieri di famiglia e comunità, nel tentativo di colmare il pesante deficit di organico e ottimizzare i turni.
Da Terni alle ultime cinque aperture: la mappa del Pnrr
Il contrasto tra l’efficienza edilizia e la ‘fame’ di personale si percepisce nitidamente sul territorio. Di recente si è assistito al debutto dell’attesa ‘casa della comunità’ di Terni in viale Trieste, un’infrastruttura nata per alleggerire la pressione sul nosocomio cittadino e offrire un unico punto di accesso sociosanitario alla popolazione.
Il piano di consolidamento non si ferma qui. Proprio in questi giorni la rete regionale ha registrato un’importante accelerazione con l’annuncio da parte di palazzo Donini dell’imminente attivazione di altre cinque nuove case della comunità, un’operazione resa possibile grazie a un investimento complessivo di circa 7 milioni di euro. Le nuove strutture renderanno capillari i servizi tra le Usl Umbria 1 e Umbria 2, localizzandosi a Città di Castello, Terni, Montefalco, Norcia e Cascia.
Un piano ambizioso che, come rivendicato dall’amministrazione regionale, rispetta fedelmente la tabella di marcia e le scadenze concordate con l’Europa, introducendo stabilmente i Punti unici di accesso (Pua) per l’orientamento del cittadino e una forte integrazione con le Centrali operative territoriali (Cot).
Il rischio ‘scatola vuota’
Il fulcro della Missione 6 del Pnrr, espressamente dedicata alla ‘Coesione territoriale e presa in carico della persona’, non era tuttavia limitato alla posa dei mattoni, bensì mirava a ribaltare il paradigma assistenziale spostando la cura dall’ospedale al domicilio e alle strutture intermedie di quartiere. I 111 camici bianchi e infermieri che mancano all’appello in Umbria rappresentano il vero banco di prova per il futuro prossimo della sanità locale. Senza un massiccio piano di assunzioni o un’efficace integrazione con i medici di medicina generale (chiamati a operare in queste strutture secondo precisi schemi orari), il rischio concreto è che la sanità di prossimità umbra resti una grande incompiuta: eccellente nelle strutture, ma sguarnita nelle forze.






