di Gianni Giardinieri
‘Siamo alle botte’. Non si potrebbe sintetizzare meglio la situazione in casa Ternana se non citando una famosa frase pronunciata, nell’agosto del 1939, dall’allora ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, figlio di Costanzo Ciano (presidente della Camera dei deputati) nonché genero di Benito Mussolini. Il marito di Edda Mussolini si lasciò scappare queste tre evocative parole in occasione di una riunione (nel bagno della sua camera d’albergo di Salisburgo, per paura di microspie tedesche) con i suoi fedelissimi, subito dopo aver appreso dal suo omologo Von Ribbentrop dell’imminente invasione della Polonia da parte del regime nazista.
‘Siamo alle botte’ anche in casa Ternana, ovviamente con i dovuti paragoni. E non è una novità, perché ne scrivemmo in tempi non sospetti. Oggi è andata in scena solo la prima parte dello spettacolo, con l’allontanamento per giusta causa di Tiziana Pucci. La seconda parte prevederà (conseguenza logica della prima, viste le contestazioni mosse alla ex amministratrice unica della Ternana) il siluramento di Massimo Ferrero, vistosi a quanto pare riconosciuto un contratto «onerosissimo» dalla stessa Pucci, e di cui la famiglia Rizzo sostiene non averne saputo niente.
Possibile tanta ingenuità malgrado le accennate richieste di spiegazioni tramite «plurimi solleciti»? Tiziana Pucci era, fino ad oggi, una dipendente della famiglia Rizzo: come si può immaginare che la proprietà non sapesse di esborsi economici tanto rilevanti? Se, come sostiene la famiglia Rizzo, il contratto di Ferrero era «sconosciuto all’azionista», le cose sono soltanto due: o si è di fronte ad una proprietà che ha dimostrato una incredibile leggerezza (eufemismo) gestionale e di controllo della società, oppure si sta aprendo la strada dell’exit strategy, del voler a tutti i costi abbandonare al proprio destino la Ternana Calcio.
In questo senso sono inquietanti i passaggi del comunicato odierno in cui si chiede, a proposito delle imminenti scadenze economiche del prossimo 16 dicembre, che le «precedenti proprietà […] nessuna esclusa, possano, sia pure tardivamente, assumersi le proprie responsabilità». Si sta sostenendo che dai D’Alessandro in giù, quindi passando da Nicola Guida e a questo punto fino almeno a Stefano Bandecchi, tutti contribuiscano alla causa aprendo il portafogli. E se i precedenti proprietari decidessero di rispondere ‘picche’, quale sarebbe il passo successivo? Non pagare e liquidare la società/chiedere un concordato? Facendo sparire il calcio professionistico a Terni?
La famiglia Rizzo ha certamente il diritto di rivedere, come sostiene, tutto l’iter progettuale, amministrativo e finanziario del progetto stadio-clinica, ma questo non può voler dire abbandonare al proprio destino una squadra di calcio, espressione di una città, per di più nel suo centenario. Perché procedere così è come comprare un uovo di Pasqua (il progetto stadio-clinica), non trovare la sorpresa al suo interno (la Ternana) di proprio gradimento e buttarla nel cestino, con tutto il cellophane del confezionamento. E di vero e proprio uovo di Pasqua comprato in fretta e furia, anche se siamo a Natale, sembra essere stata l’acquisizione della società di via della Bardesca per la famiglia Rizzo. Siamo alle botte, veramente.






