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Home » Terni, il Covid: «Paura ma anche tanta unità»

Terni, il Covid: «Paura ma anche tanta unità»

di Fabio Toni
19 Aprile 2020
in Ambiente e salute, Apertura 5, Coronavirus, In evidenza
Tempo di lettura: 4 minuti di lettura
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di F.T.

«Digli, se puoi, che è tutto ok. Che siamo usciti dalla quarantena e che stiamo bene». Tante volte è anche un semplice – ma chissà quanto atteso – messaggio come questo, affidato dai familiari di un paziente Covid ai medici e infermieri di turno, ad aiutare il proprio caro a vincere la battaglia che lo costringe all’isolamento nel reparto o in rianimazione. L’aspetto psicologico non è tutto, certo, ma è molto. Ed anche Andrea si è trovato a volte a fare da ‘staffetta’ fra chi vive ore difficili lontano dal proprio parente malato e chi sta lottando su un letto d’ospedale. Andrea Del Grande è uno degli infermieri della struttura di rianimazione dell’ospedale ‘Santa Maria’ di Terni. Consigliere dell’Ordine professionale presieduto, a Terni, da Emanuela Ruffinelli, insieme ai suoi colleghi ogni santo giorno combatte contro il ‘mostro’ coronavirus, dando più del massimo per aiutare i pazienti – e in fondo tutti noi – ad uscire da questo incubo che va avanti da due mesi.

EMERGENZA CORONAVIRUS – UMBRIAON

I giorni peggiori

All’ospedale di Terni, quando l’ascesa di contagi e ricoveri sembrava inarrestabile, la situazione è stata davvero difficile sotto ogni punto di vista. Ora le cose vanno leggermente meglio e la speranza è che, a partire dalle terapie intensive, questo trend possa proseguire ancora. «Di norma il ‘Santa Maria’ conta quindici posti di terapia intensiva – racconta Andrea – suddivisi in due spazi da dieci e cinque unità. Quando è partita l’epidemia da Covid, nel giro di una decina di giorni sono stati destinati dapprima cinque, poi dieci, poi quindici, infine ventuno posti letto – facendo affidamento anche sull’osservazione breve del pronto soccorso – ai pazienti affetti da coronavirus che necessitavano di cure intensive. Un’ascesa esponenziale che ci ha spaventati – spiega – e che sembrava travolgerci. Poi però si è fermata, fortunatamente, e ora possiamo dire che grazie alla nostra organizzazione, ci sentiamo ancora più pronti e preparati. Sì, speriamo davvero che il peggio sia passato».

TERNI: «NON PAZIENTI MA FRATELLI E SORELLE»

Rimettersi in gioco dopo anni

Il lavoro, in due mesi, è ovviamente cambiato: «In rianimazione abbiamo dovuto incrementare il personale – afferma l’infermiere – e inserire anche figure che, fino al giorno prima, facevano altro. Colleghi delle sale operatorie, dei reparti e operatori socio sanitari. Ciò è valso anche per i medici. C’è stata una grande disponibilità da parte di tutti, anche da parte di professionisti che hanno un’età non lontana dalla pensione, a rimettersi in gioco per il benessere di tutti. Certo, dover modificare il proprio lavoro dopo anni non deve essere stato semplice. Ma a giudicare dai risultati che stiamo ottenendo, direi che ne è valsa la pena. Il carico di lavoro resta imponente e stare ore con tutti i dispositivi addosso è pesante. Ma il ‘Santa Maria’, oltre ad aver avuto, a differenza di altre struttrure del nord, la fortuna di potersi organizzare, ha dimostrato di essere un ospedale pieno di competenze e umanità, dove ciascuno ha saputo agire bene e in tempo. Per Terni, e non solo, è una grande sicurezza, fidatevi».

TERNI, NEOLAUREATO AL ‘FRONTE’: STORIE DI COVID

«Gestire la paura, difficilissimo»

Nei reparti Mar – riservati ai pazienti Covid – e nella rianimazione del ‘Santa Maria’, in questi giorni si sono consumati anche drammi umani, a partire da chi non ce l’ha fatta. «Siamo purtroppo abituati, per mestiere, a certe situazioni – spiega Andrea -. L’impatto emotivo sta anche e soprattutto nel non poter avere accanto le persone a cui si vuole bene. Per noi abituati ad avere la terapia intensiva ‘aperta’ per quasi tutto il pomeriggio, è ancora più difficile senza familiari che spesso, quando si poteva entrare, erano di supporto nell’assistenza psicologica al paziente. Ora i nostri pazienti sono sempre soli, anche se alcuni di loro possono comunicare con l’esterno tramite tablet e smartphone. Credo che questo sia uno degli aspetti più pesanti da gestire insieme alla paura di chi, dopo averne lette o viste tante in tv, si ritrova a dover respirare grazie ad un macchinario. Quando si è coscienti, ci si rende conto di tutto, anche di essere nella fase peggiore della malattia. Non credo di aver mai visto piangere così tanti pazienti come durante questo periodo. Sì, gestire la paura è fra le cose più difficili in assoluto».

Il lato positivo

Naturale chiedere e chiedersi cosa resterà, quando tutto ciò sarà passato. «Credo che questa esperienza – dice Andrea Del Grande – abbia unito e ricreato il senso di ‘pubblico’, dando finalmente valore a ciò che la sanità pubblica rappresenta in Italia. Il Covid, nel bene, ha anche contribuito a creare una squadra unitissima e forte, la nostra, composta da persone che erano in molti casi abituate a fare tutt’altro. Ci siamo un po’ reinventati in nuovi contesti mai gestiti, con la forza di un team che come obiettivo comune ha quello di dare una risposta a tutti quanti».

La paura di contagiare i propri cari

I professionisti, come chiunque, quando tornano a casa hanno le proprie famiglie ad attenderli: «Tutti noi siamo figli, genitori, fratelli di qualcuno a cui teniamo. Forse uno degli aspetti di più difficile gestione è stata, per noi, la paura di essere veicolo del virus e di poter infettare i nostri cari. Certo – conclude Andrea – non ci è mai mancato nulla in ospedale fra mascherine, cuffie, guanti, camici impermeabili, tute e calzari. Ma prima eravamo abituati ad indossare tutto ciò raramente, ad esempio quando c’era una meningite più o meno sospetta. Ora, da due mesi, è la quotidianità. Tanto che i turni non sono più di otto ore proprio perché uno sta in reparto quattro, cinque, sei ore: fino a quando resiste con tutte quelle cose addosso. Ma il timore di portare il virus a casa c’era e c’è. Ci sono colleghi e medici che in questa fase si sono auto isolati che sono andati a vivere da soli proprio per questo motivo». Alla fine l’emergenza coronavirus è «un’esperienza durissima e straordinaria al tempo stesso. Può darsi che l’Umbria sia stata più fortunata di altre realtà, almeno nei numeri, ma al ‘Santa Maria’ ci abbiamo anche saputo fare e questo credo vada riconosciuto».

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