di Francesca Torricelli
Parlano di un percorso che ha cambiato il modo di guardare ai propri figli, ma anche a se stessi. Un’esperienza nata per accompagnare ragazzi adolescenti in una fase delicata della crescita e che, strada facendo, ha coinvolto profondamente anche i genitori, creando una rete di confronto e sostegno. È la storia di un gruppo di famiglie ternane che ha partecipato al ‘Progetto Giovani 2.0’, percorso promosso dalla Usl Umbria 2 e seguito dalle dottoresse Carla Fioravanti e Valeria Morbiducci, nato per intercettare e accompagnare il disagio giovanile non strutturato in patologia, rivolgendosi ai ragazzi tra i 14 e i 24 anni attraverso percorsi di ascolto, sostegno e accompagnamento.
A raccontare questa esperienza sono proprio alcuni genitori che oggi chiedono che il progetto possa continuare e diventare un’opportunità stabile per altre famiglie. «Si parla spesso delle difficoltà dei giovani, dei problemi e delle situazioni negative – spiegano – ma esistono anche progetti che lavorano in silenzio e che meritano di essere conosciuti». Il percorso è nato all’interno di un progetto più ampio dedicato al sostegno degli adolescenti. I ragazzi hanno avuto la possibilità di confrontarsi con professionisti, affrontando temi legati al disagio giovanile, alla gestione delle emozioni e alle difficoltà tipiche di una fase della vita complessa. Da lì è nata anche la proposta rivolta ai genitori: un gruppo di automutuo aiuto nel quale le famiglie hanno potuto incontrarsi con cadenza quindicinale, raccontarsi senza giudizio e confrontarsi sulle difficoltà quotidiane del rapporto con i figli. Il gruppo si è sviluppato nell’arco di alcuni mesi, da ottobre 2025 fino a giugno 2026, diventando uno spazio di condivisione e crescita per i partecipanti.
«All’inizio pensavamo di dover aiutare soltanto i nostri ragazzi – raccontano – poi abbiamo capito che anche noi adulti avevamo bisogno di strumenti nuovi. Non si nasce genitori imparati: spesso reagiamo alle situazioni senza avere gli strumenti per comprendere davvero quello che sta vivendo nostro figlio». Un percorso che ha portato molti partecipanti a rivedere alcune convinzioni e modalità di relazione. «Ci hanno aiutato a dare un nome alle emozioni perché spesso gli adolescenti provano rabbia, paura o tristezza ma non riescono a riconoscerle. E anche noi genitori, attraverso il confronto, abbiamo imparato a leggere meglio determinati comportamenti».
Gli incontri sono stati momenti di ascolto guidati dalle professioniste, che prima lasciavano spazio ai racconti delle famiglie e poi offrivano chiavi di lettura e suggerimenti. «La cosa più importante è stata sentirsi accolti. Non c’era giudizio. Ognuno portava la propria esperienza e scopriva che tante difficoltà erano condivise anche da altri». Un gruppo che, nel tempo, è diventato qualcosa di più di un semplice appuntamento. «Siamo partiti come persone che non si conoscevano e siamo arrivati a creare un legame. Abbiamo condiviso momenti molto personali e questo ha costruito fiducia. Ancora oggi sentiamo il bisogno di incontrarci e confrontarci».
Al percorso hanno partecipato circa quindici genitori, ma il valore dell’esperienza riguarda una platea molto più ampia: la Usl Umbria 2, infatti, segue attualmente decine di ragazzi attraverso questi percorsi di sostegno, con famiglie diverse tra loro, compresi genitori soli. «Questa esperienza ci ha fatto capire che chiedere aiuto non significa avere un problema – sottolineano – dovrebbe essere normale rivolgersi a uno psicologo così come facciamo una visita medica quando qualcosa non funziona. A volte basta avere qualcuno che aiuti a trovare una chiave di lettura diversa».
Ora il gruppo lancia un appello perché il progetto possa avere un futuro e diventare una possibilità stabile per altre famiglie. «Ci piacerebbe che la Regione e la Usl Umbria 2 potessero sostenerlo e dargli continuità. Il gruppo genitori è stato un percorso sperimentale, ma noi abbiamo visto quanto sia importante. Non soltanto per i ragazzi, ma anche per i genitori». Proprio l’esperienza vissuta dalle famiglie mette in evidenza quanto sia necessario investire in percorsi di prevenzione e sostegno alla genitorialità. «Progetti come questo hanno bisogno di essere finanziati perché possano crescere, raggiungere più persone e permettere alle professioniste che li seguono di avere il tempo e gli strumenti necessari per accompagnare sempre più famiglie. A volte si interviene quando le difficoltà sono già diventate grandi, mentre sarebbe importante offrire spazi di ascolto prima, quando ancora è possibile costruire nuove strade».
Un ringraziamento particolare va alle dottoresse Carla Fioravanti e Valeria Morbiducci che hanno accompagnato le famiglie in questi mesi. «Hanno dedicato tempo, ascolto e competenza. Il valore di quello che hanno fatto si vede nei cambiamenti piccoli ma profondi che sono avvenuti nelle nostre famiglie». Il messaggio finale è semplice: «Questo percorso non deve fermarsi. Ci sono tanti genitori e tanti ragazzi che potrebbero trovare un sostegno prezioso. A volte basta una possibilità per imparare ad ascoltarsi davvero».






