A un metro di distanza, quasi faccia a faccia, sette mesi dopo che gli ha ucciso la figlia, la sorella, la nipote, l’amica. Lui, sguardo fisso al pavimento dell’aula per tutta l’udienza. Loro, segnati da un lutto senza fine che ha devastato le loro vite. Ma, nonostante ciò, composti, con chi gli occhi provati di chi ormai può chiedere solo giustizia. Con indosso le maglie con il viso sorridente di Ilaria, per ricordarla come era e chiedere quella giustizia che ora si attendono dalla terza corte d’assise di Roma presieduta da Antonella Capri.
Mercoledì mattina si è tenuta la prima udienza del processo che vede imputato il 23enne Mark Antony Samson per l’omicidio di Ilaria Sula – per l’accusa è volontario e aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi e dalla relazione affettiva – e l’occultamento del cadavere della giovane. Un delitto, quello della studentessa 22enne di Terni, trasferitasi a Roma e che frequentava con profitto la facoltà di statistica alla Sapienza, che ha scosso l’Italia. Per le modalità, ma anche per tutto ciò che è accaduto nei giorni successivi la scomparsa della ragazza, con i suoi cari – papà Flamur, mamma Gezime, il fratello Leon – vittime anche del depistaggio messo in atto dal 23enne che ha utilizzato il telefono di Ilaria, che aveva già ucciso, per provare a rassicurare e prendere tempo. Finché ha potuto.
Dopo il delitto consumato a colpi di coltello nella casa della famiglia Samson, in via Homs a Roma, fra il 25 e il 26 marzo scorsi, Mark aveva chiuso il corpo di Ilaria in una valigia e pulito la scena del crimine con l’aiuto della madre, Nors Manlapaz, anche lei a giudizio e attesa in tribunale il prossimo 28 novembre: ha chiesto di patteggiare a due anni per concorso in occultamento di cadavere. Poi aveva raggiunto in auto la zona di Capranica Prenestina e gettato i resti della 22enne in un dirupo. Dopo il drammatico ritrovamento, datato 2 aprile, le indagini della polizia di Stato e della procura di Roma, con il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, si era giunti all’arresto di Mark Samson, reo confesso e difeso dall’avvocato Paolo Foti.

Mercoledì in aula, con il giudizio immediato chiesto dalla procura e accolto dal gip, i familiari della povera Ilaria hanno chiesto di costituirsi parte civile attraverso l’avvocato che li assiste, Giuseppe Sforza del Foro di Terni. Lo stesso hanno fatto l’università La Sapienza, con l’avvocato Roberto Borgogno, e alcune associazioni come Penelope, Demetra, Insieme per Mariana e Per Marta e per tutte. Sul punto, deciderà la corte che scioglierà le riserve nella prossima udienza fissata per il 9 dicembre.
«Ciò che più mi ha colpito in udienza – afferma l’avvocato Sforza -, e soprattutto come persona, è stata l’estrema dignità dei genitori di Ilaria che per la prima volta si sono trovati a pochi metri di distanza dalla persona che ha ucciso la loro figlia e hanno avuto la forza di non proferire parola, mantenendo un contegno di assoluta serietà nonostante fossero provatissimi. Ciò che mi ha colpito, poi, è stato il pianto dirotto in cui sono scoppiati entrambi, dopo la tensione accumulata in questa prima, difficile, udienza. La loro dignità, quella di tutta la famiglia Sula, fa riflettere soprattutto di fronte dell’enorme dolore che ciascuno porta con sé da quando Ilaria non è più fra di noi».
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