La prefettura di Terni ha certamente agito nel rispetto delle norme. La denuncia sporta a suo tempo è, ovviamente, legittima e dovrà essere vagliata, anche se il destinatario – che ha a sua volta denunciato, non da solo – è convinto che sia completamente insussistente e, anzi, strumentale. Poi ci sono i nodi e le domande che è lecito porsi.
«Possibile che se un operatore della sicurezza viene denunciato da chicchessia, ben prima che un pm decida se archiviare o meno, che un giudice ti rinvii a giudizio, che un tribunale ti condanni o assolva, non ha più la possibilità di lavorare perché gli viene ‘sospesa’ l’abilitazione?».
Parliamo, per la precisione, dell’iscrizione all’elenco prefettizio del ‘personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o pubblici esercizi’. In poche parole: gli operatori di sicurezza privati, che è facile incontrare anche a Terni nelle vie della movida e in tante altre situazioni ed eventi. Ma cosa è accaduto?
Ad inizio agosto, in via Lanzi a Terni, una donna di origini straniere e probabilmente ubriaca ha iniziato a dare in escandescenze. Due addetti alla sicurezza sono intervenuti e l’hanno contenuta, in attesa dell’arrivo dei carabinieri. Gli operatori, morsi ripetutamente, sono stati poi refertati al pronto soccorso. E anche la donna, con lesioni di entità relativamente lieve ad un labbro, è stata visitata dai sanitari. A seguire, le denunce ‘incrociate’ per lesioni: lei contro i due operatori e quest’ultimi contro di lei. Sarà la giustizia a definire com’è andata, chi ha ragione e chi no. Ma intanto c’è tutto il resto che non è di poco conto.
«Sì – afferma l’operatore denunciato, 46 anni – perché con una denuncia, a prescindere, non si lavora più. Comporta il diniego al rinnovo di questa abilitazione che è simile, per iter, al porto d’armi. In un periodo in cui anche le istituzioni ragionano, e attuano per le forze dell’ordine, provvedimenti volti a garantire determinate situazioni, è lecito porsi domande e invocare un cambiamento. Io – osserva ancora l’addetto – potrei essere denunciato anche da chi vuole solo danneggiarmi e impedirmi di lavorare. Quindi perdo soldi, motivazioni, non svolgo più ciò che so fare. E se poi uno viene archiviato, scagionato, assolto, chi lo risarcisce per il periodo che non ha lavorato e per i mancati introiti?».
La prospettiva, oggi, è quella del ricorso al Tar con spese e tempi che sono un’incognita. Azione legale che non sgombra il campo dalle domande poste e che anche le associazioni di categoria sono pronte a sollevare.
«Nello svolgere le nostre funzioni di security – è lo sfogo finale dell’operatore – dovremmo forse fare finta di nulla se siamo testimoni di aggressioni o disordini? Secondo la legge, dovremmo attendere semplicemente che arrivino le forze di polizia che spesso sono impegnate altrove, dato il numero esiguo. Ma il senso del dovere ci impone spesso di fare un primo intervento per la tutela dei cittadini e degli avventori dei locali. Se il risultato sono calci, sputi, morsi, insulti e infine il non poter più lavorare, credo che istituzioni, sindacati e associazioni debbano interrogarsi, agire e prendersi le proprie responsabilità».






