È di un rinvio a giudizio, due patteggiamenti e una condanna con rito abbreviato il bilancio dell’udienza preliminare, che si è tenuta mercoledì di fronte al tribunale di Terni, relativa all’operazione della squadra Mobile di Terni che nell’ottobre del 2020 aveva portato all’arresto di quattro persone per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. L’indagine, ribattezzata ‘Doña Claudia’, come la 42enne colombiana ritenuta al vertice dell’organizzazione, aveva svelato un vasto ‘giro’ incentrato su donne e transessuali fatte giungere in Italia dalla Colombia – in particolare dalla città di Florida – e poi fatte prostituire all’interno di abitazioni anche a Terni, in particolare fra viale Brin e borgo Bovio. Le stesse, a cui veniva anticipata una cifra per sostenere anche le spese del viaggio aereo, dovevano poi restituire al gruppo la somma, oltre a 500 euro settimanali ed ai costi per la pubblicazione di annunci online.
TUTTO SULL’OPERAZIONE ‘DOÑA CLAUDIA’ – ARTICOLO, FOTO E VIDEO
A giudizio c’è finita una transessuale 25enne colombiana su cui gravano le accuse più pesanti: reclutamento, favoreggiamento, sfruttamento della prostituzione ma anche violenza sessuale e lesioni personali nei confronti del giovane colombiano – giunto in Italia per prostituirsi ma che non voleva farlo da ‘trans’ – la cui denuncia ha dato il là all’inchiesta della polizia di Stato e del pm Matthias Viggiano. I patteggiamenti riguardano invece la 41enne ‘Doña Claudia’ e il marito 39enne ternano: per la prima la pena è di 2 anni ed 8 mesi di reclusione e per il secondo (pena sospesa) è di 1 anno e 10 mesi. Sulla prima pendeva anche l’accusa di reclutamento. Tutti e tre sono difesi dall’avvocato Alberto Catalano del foro di Perugia. La sentenza, con rito abbreviato, è stata invece emessa nei confronti di una 42enne colombiana, condannata a 2 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione. Il suo legale, l’avvocato Paolo Cerquetti, valuterà le motivazioni – 60 giorni per il deposito – per poi decidere se impugnare la sentenza in appello, per ottenere una radicale revisione di quanto deciso dal giudice di prima istanza. Ciò anche alla luce del ruolo ritenuto secondario e defilato rispetto al ‘gruppo’, come affermato a suo tempo dal tribunale del Riesame di Perugia che aveva applicato gli arresti domiciliari, in luogo della custodia cautelare in carcere.






