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Home » Umbria, dove il lavoro è sempre meno sicuro

Umbria, dove il lavoro è sempre meno sicuro

di Marco Torricelli
21 Settembre 2017
in Apertura 5, Attualità, Economia, Lavoro, Politica
Tempo di lettura: 3 minuti di lettura
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Fabio Paparelli

Recentemente il vice presidente della regione Umbria, Fabio Paparelli, ha annunciato, parlando dei sette milioni e cento mila euro per il rifinanziamento dell’operatività della misura prevista dal piano per il lavoro della Regione, denominato Cresco , che «si prevede che con il nuovo stanziamento potranno essere attivate circa 400 nuove assunzioni, arrivando a un totale di circa 1.000». C’è da augurarsi che la sua fosse una previsione attendibile.

Il rapporto Inps Perché il ‘Rapporto sul precariato’, appena pubblicato da Inps e riferito al mese di luglio 2017, certifica che se il calo dei contratti a tempo indeterminato, a livello nazionale, è stato del 4.6%, inUmbria – a conferma di un trend ormai consolidato – le assunzioni stabili sono invece calate del 9%. 

IL RAPPORTO INPS SUL PRECARIATO (ANCHE NELLA SEZIONE DOCUMENTI)

I dati Inps (cliccare per ingrandire)

Le assunzioni In Umbria le persone che sono state ‘collocate’ nei primi sei mesi dell’anno, aumentano complessivamente del 25%, ma resta basso il numero di contratti a tempo indeterminato: 6.712 (erano stati 7.374 l’anno scorso), con un calo del 9&, mentre aumentano le assunzioni a termine (35.306 contro 25.883 nel 2016), quelle per gli apprendisti (3.247 rispetto a 2.624) e quelle stagionali (2.079 contro 2009).

In Italia Secondo l’Inps «nei primi sette mesi del 2017, nel settore privato, si registra un saldo tra assunzioni e cessazioni pari a +1.073.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+825.000) che del 2015 (+930.000). Riportato su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato – vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi – a luglio 2017 risulta positivo, pari a +571.000 e in crescita continua da inizio anno. Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+18.000), dei contratti di apprendistato (+52.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+501.000, inclusi i contratti stagionali). Queste tendenze attestano il rafforzamento della fase di ripresa occupazionale. Alla crescita delle assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, il maggior contributo è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+25,9%) e dall’apprendistato (+25,9%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-4,6%: questo calo rispetto al 2016 è interamente imputabile alle assunzioni a part time)».

Ires Cgil Mario Bravi, presidente di Ires è sconsolato: «Nei primi 7 mesi dell’anno continuano a diminuire le attivazioni con contratto a tempo indeterminato: dai 12.624 del 2015, ai 7.324 del 2016, ai 6712 del 2017. La diminuzione nel 2017 rispetto al 2016 è del 9,0%, contro una media nazionale di diminuzione del 4,5%. Solo Liguria e Lazio fanno peggio in questa non esaltante graduatoria. Va anche detto che il complesso delle attivazioni (tenendo conto dei contratti a tempo determinato, apprendistato e stagionali) corrisponde a 47.344 unità di fronte di 36.391 cessazioni, dato che potrebbe dare l’illusione di un aumento dell’occupazione. Ma, appunto, si tratta di una distorsione della realtà, visto che una persona può attivare più contratti a termine nell’arco del periodo considerato».

L’Istat Non a caso, insiste Bravi, «l’Istat proprio in questi giorni ha effettuato una rilevazione sul secondo trimestre 2017 dalla quale risulta una riduzione dell’occupazione in Umbria: gli occupati complessivi (dipendenti ed autonomi) sono scesi a 353 mila unità rispetto alle 355 mila del secondo trimestre 2016 e alle 359 mila del primo trimestre 2015. Non solo, i disoccupati in un anno sono passati da 39.700 a 41.400. Quindi, in sostanza, il lavoro, quando c’è, continua ad essere fragile, povero e sostanzialmente senza tutele e senza diritti. E’ necessario modificare profondamente le politiche economiche e del lavoro,perché non si può costruire il futuro sul lavoro precario e senza prospettive reali».

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