Dopo il successo della rubrica sulla sostenibilità strategica d’impresa, che ha portato alla pubblicazione dell’e-book ‘Shift’, Valerio Zafferani avvia un nuovo percorso dedicato all’innovazione educativa. Quindici articoli che applicano il design thinking alla scuola, analizzando il gap generazionale tra insegnanti e studenti nativi digitali. Un viaggio pratico dall’assessment emotivo della classe alla co-progettazione di nuovi modelli didattici, con strumenti concreti per dirigenti, docenti e famiglie.
La rubrica
- Parte I – dalle fondamenta sostenibili al cambiamento educativo
- Parte II – comprendere il cervello che apprende
- Amigdala vs. corteccia: la neuroscienza dell’apprendimento
- Dal docente al facilitatore: le cinque competenze emotive
- L’assessment emotivo: fotografare il clima di classe
- Parte III – il design thinking educativo in azione
- Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza
- Osservare la classe con occhi nuovi
- La matrice di materialità educativa: il cuore pulsante
- Ideare insieme: dal brainstorming al ClassLab
- Prototipare l’innovazione: dal concept alla realtà
- Testare e riflettere: la valutazione che migliora
- Parte IV – comunicare e sostenere il cambiamento
- Formare i facilitatori: coinvolgere il corpo docente
- Comunicazione esterna: le famiglie come stakeholder
- Sostenibilità educativa: dall’emergenza all’eccellenza
#6 – L’assessment emotivo: fotografare il clima di classe
Penso ai vecchi medici di famiglia, quelli che ti visitavano davvero: ti toccavano la pancia, ti guardavano negli occhi, ti ascoltavano descrivere i sintomi prima di prescrivere qualsiasi cosa. Sapevano che la diagnosi veniva prima della cura, sempre. Come un architetto che deve ristrutturare una casa antica: prima ispeziona le fondamenta, studia le crepe nei muri, capisce dove l’edificio è solido e dove è fragile. Solo dopo progetta l’intervento.
Eppure a volte, nella frenesia del quotidiano scolastico, ci troviamo a lanciare nuove metodologie o progetti senza aver davvero misurato dove si trova il gruppo con cui lavoriamo. Il clima emotivo della classe rimane sullo sfondo, qualcosa che percepiamo vagamente ma che raramente fotografiamo in modo sistematico.
L’assessment emotivo è esattamente questo: la fotografia del punto zero. Non è un giudizio, non è una valutazione nel senso tradizionale del termine. È una mappatura onesta e sistematica di dove si trova il gruppo in questo momento, quali sono le sue energie, le sue tensioni, i suoi bisogni emotivi. È il prerequisito di qualsiasi intervento efficace.
Nell’articolo precedente abbiamo parlato delle cinque competenze emotive del facilitatore. Ecco, quelle competenze servono proprio per questo: per essere in grado di fare un assessment accurato. L’ascolto empatico permette di captare i segnali emotivi sotto le parole, la lettura del clima dà la capacità di sentire l’energia del gruppo. Senza quelle competenze, l’assessment diventa superficiale o distorto dalle proiezioni. Ma come si fotografa concretamente il clima emotivo di una classe? Nelle scuole con cui ho lavorato, ho visto emergere principalmente due approcci che, usati insieme, restituiscono un’immagine abbastanza fedele della situazione. Non sono gli unici possibili, ma sono quelli che ho visto funzionare con maggiore costanza.
Il primo è quello che chiamo l’ingresso consapevole nella lezione. Funziona così: dedichi i primi minuti, non due ma cinque intensi, a fare un check-in emotivo con la classe e a osservare davvero cosa sta accadendo. Gli studenti evidenziano con una parola o un gesto la sensazione di quel momento, senza bisogno di spiegazioni. ‘Stanco’, ‘curioso’, ‘agitato’, ‘sereno’. Oppure alzano una mano indicando con le dita il livello del loro stato, dove uno è ‘malissimo’ e cinque è ‘benissimo’.
E mentre loro fanno questo, osservi: non guardi distrattamente, osservi con intenzione. Chi evita il contatto visivo? Chi si isola fisicamente dagli altri? Come sono disposti i corpi nello spazio? C’è qualcuno con le spalle contratte, il respiro corto, movimenti nervosi? Stai allenando lo sguardo a vedere quello che normalmente sfugge nella fretta di iniziare la lezione.
Ora, molti insegnanti mi dicono: «Non ho tempo, devo stare nel programma». Ed è qui che serve un cambio di prospettiva radicale: l’assessment emotivo non è tempo sottratto al programma ma è parte integrante del programma. Anzi, è il prerequisito perché il programma funzioni davvero. Quei cinque minuti che pensi di perdere all’inizio vengono recuperati durante la lezione, perché stai lavorando con un gruppo che si sente visto e che ha l’amigdala sufficientemente calma per imparare. Come abbiamo visto negli articoli precedenti, un cervello che non si sente al sicuro semplicemente non impara.
Il secondo approccio è il questionario delle tre domande, uno strumento che uso quando voglio un quadro più strutturato e meno influenzato dalle dinamiche del momento. È anonimo e richiede 5/10 minuti massimo per compilarlo. Le tre domande sono sempre le stesse: «Su una scala da uno a dieci, quanto ti senti a tuo agio in questa classe?», «Cosa ti aiuta ad apprendere meglio in questa materia?» e «Cosa invece ti mette in difficoltà o ti blocca?».
La prima domanda dà un dato quantitativo che puoi tracciare nel tempo. Se a ottobre la media è quattro e a gennaio è sette, hai un indicatore chiaro che qualcosa si è mosso. Le altre due domande danno dati qualitativi: le parole che gli studenti usano per descrivere la loro esperienza. E spesso emergono cose che non avresti mai immaginato. Scopri che quello che pensavi fosse un metodo coinvolgente per alcuni è in realtà fonte di ansia, o che un dettaglio che consideravi marginale è in realtà ciò che li tiene agganciati.
Ora, raccogliere dati è solo una parte del lavoro. L’altra parte è saperli interpretare senza cadere nelle trappole che la mente ci tende continuamente. La più insidiosa è quella che fa vedere esattamente quello che ti aspetti di vedere: se sei convinto che una classe sia ‘difficile’, interpreterai ogni segnale come conferma di quella difficoltà, ignorando tutti gli indizi che la contraddicono. È il bias di conferma, e funziona a livello inconscio. Un’altra trappola è l’eccesso di interpretazione, quel meccanismo per cui uno studente che evita il contatto visivo diventa automaticamente ‘traumatizzato’ o ‘in crisi’, quando magari è semplicemente timido o ha avuto un problema al di fuori della scuola ed ha una giornata no.
Per questo l’assessment va fatto con umiltà epistemologica, un concetto forse un po’ accademico ma che dice una cosa semplice: i dati che raccolgo mi danno indizi, non certezze. La svolta avviene quando smetti di cercare ‘la risposta giusta’ e inizi a usare l’assessment come base per domande migliori: non ‘questa classe è ansiosa’, ma ‘cosa sta generando quest’ansia’.
C’è poi una dimensione temporale fondamentale nell’assessment che spesso viene sottovalutata. Il clima emotivo di una classe non è una fotografia statica che scatti una volta e poi archivi. Cambia nel tempo, a volte rapidamente: quello che osservi a settembre, quando tutti sono carichi di aspettative e un po’ ansiosi, è completamente diverso da quello che trovi a gennaio, nel pieno dell’anno, con le sue routine consolidate e le sue fatiche accumulate. E anche nello stesso giorno, il lunedì mattina ha un’energia diversa dal venerdì pomeriggio.
Per questo l’assessment non può essere un evento isolato, deve diventare una pratica ricorrente. Non serve farlo tutti i giorni con tutti gli strumenti, serve trovare un ritmo sostenibile. Il check-in veloce può essere quotidiano o a inizio settimana, il questionario strutturato magari mensile. L’importante è la costanza, perché solo la ripetizione permette di vedere i pattern e di capire se i tuoi interventi stanno funzionando.
Infine arriviamo al punto cruciale: l’assessment serve per agire, non per archiviare. Troppo spesso nelle organizzazioni, scuola compresa, si fanno valutazioni che poi finiscono in un cassetto. L’assessment emotivo ha senso solo se diventa la base per progettare interventi mirati. L’assessment è il punto zero, la base da cui parte tutto il resto. È la risposta alla domanda: dove siamo adesso? Solo quando si ha chiara la risposta si può iniziare a chiedersi: dove vogliamo andare e come ci arriviamo? Ed è proprio qui che entra in gioco il design thinking educativo.
Dal prossimo articolo inizieremo a esplorare il processo vero e proprio del design thinking applicato alla scuola. Un processo ciclico fatto di sei fasi più una: comprendere, osservare, definire il punto di vista, ideare, prototipare, testare e riflettere. Ogni fase ha i suoi strumenti, le sue logiche e i suoi obiettivi. E tutto parte dall’assessment, dalla fotografia onesta di dove siamo.
La prima fase, quella che affronteremo nel prossimo articolo, è ‘Comprendere’: comprendere senza giudicare, entrare in empatia profonda con studenti e famiglie, vedere il mondo educativo attraverso i loro occhi. Ora dobbiamo capire perché il clima è quello che abbiamo rilevato e cosa significa davvero per chi lo vive ogni giorno. Perché non puoi progettare una scuola migliore se non capisci profondamente chi quella scuola la abita. E comprendere, come vedremo, è molto più che ascoltare: è un’arte che richiede strumenti specifici e un cambio radicale di prospettiva.
Prossimo articolo: Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza
Valerio Zafferani
ESG Innovation Manager per l’Umbria, consulente e formatore specializzato in sostenibilità strategica e design thinking. Dopo aver operato come imprenditore per 15 anni, ha canalizzato la sua attenzione per la sostenibilità focalizzandosi sulle politiche ESG e sull’innovazione organizzativa. Nel 2025 ha collaborato con il Gruppo Spaggiari di Parma nella formazione di insegnanti delle scuole primarie e secondarie sull’applicazione del design thinking alla didattica. È autore di ‘Quanto Basta’ (Intermedia Edizioni, 2021) e ‘Shift – Da costo a investimento: sostenibilità strategica per l’impresa del domani’ (Amazon KDP, 2025). Il suo prossimo libro ‘Rompitratta – Sull’abbracciare la complessità’ è in uscita nella primavera 2026. Ha conseguito la laurea in scienze dell’amministrazione presso l’università di Siena e ha completato tre master alla 24 Ore Business School: gestione e strategia d’impresa, marketing e comunicazione, HR e sostenibilità. È anchorman del programma YouTube ‘Un’ora con…’, dove intervista professionisti e imprenditori per promuovere la cultura aziendale e sociale.






