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Home » #7 – Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza (Parte 1)

#7 – Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza (Parte 1)

di Fabio Toni
30 Marzo 2026
in Cultura
Tempo di lettura: 5 minuti di lettura
Condividi su FacebookCondividi su X (Twitter)Invia su Whatsapp

Dopo il successo della rubrica sulla sostenibilità strategica d’impresa, che ha portato alla pubblicazione dell’e-book ‘Shift’, Valerio Zafferani avvia un nuovo percorso dedicato all’innovazione educativa. Quindici articoli che applicano il design thinking alla scuola, analizzando il gap generazionale tra insegnanti e studenti nativi digitali. Un viaggio pratico dall’assessment emotivo della classe alla co-progettazione di nuovi modelli didattici, con strumenti concreti per dirigenti, docenti e famiglie.


La rubrica

  • Parte I – dalle fondamenta sostenibili al cambiamento educativo
    • Dal business alla classe: il ponte tra sostenibilità e scuola
    • Cinque generazioni in una classe: il patchwork educativo
    • I rischi del non innovare: quando la scuola perde i suoi studenti
  • Parte II – comprendere il cervello che apprende
    • Amigdala vs. corteccia: la neuroscienza dell’apprendimento
    • Dal docente al facilitatore: le cinque competenze emotive
    • L’assessment emotivo: fotografare il clima di classe
  • Parte III – il design thinking educativo in azione
    • Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza
    • Osservare la classe con occhi nuovi
    • La matrice di materialità educativa: il cuore pulsante
    • Ideare insieme: dal brainstorming al ClassLab
    • Prototipare l’innovazione: dal concept alla realtà
    • Testare e riflettere: la valutazione che migliora
  • Parte IV – comunicare e sostenere il cambiamento
    • Formare i facilitatori: coinvolgere il corpo docente
    • Comunicazione esterna: le famiglie come stakeholder
    • Sostenibilità educativa: dall’emergenza all’eccellenza

#7 – Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza (Parte 1)

C’è un episodio che mi ha colpito durante una sessione di formazione con un gruppo di docenti sul design thinking. Una professoressa racconta: «Ho ascoltato Marco per dieci minuti, mi ha spiegato perché non fa mai i compiti. Ora ho capito». Le chiedo cosa ha capito. Mi risponde: «È svogliato e i genitori non lo seguono». Le chiedo cosa ha detto esattamente Marco. Silenzio. Non ricordava le sue parole, ricordava solo la conferma di ciò che già pensava.

Questa è la differenza tra ascoltare e comprendere: ascoltare è ricevere informazioni, comprendere è entrare nel mondo dell’altro senza portarci dentro le nostre categorie interpretative. Nell’articolo precedente abbiamo parlato di assessment emotivo, di come fotografare il clima di una classe. L’assessment ci dice dove siamo, ci dà il punto zero. Ora entriamo nella prima vera fase del design thinking educativo: comprendere profondamente chi sono le persone con cui lavoriamo e cosa vivono davvero quando entrano a scuola ogni giorno. Comprendere non è una competenza spontanea, è una disciplina. Richiede di sospendere temporaneamente ciò che crediamo di sapere e aprire spazio a ciò che non sappiamo ancora. Guardare qualcosa di familiare come se fosse la prima volta. È incredibilmente difficile, perché il nostro cervello è progettato per categorizzare velocemente, per riconoscere pattern e fare previsioni.

Thomas Kuhn, fisico americano (1922-1996), nella sua analisi delle rivoluzioni scientifiche, ha descritto questo meccanismo con precisione chirurgica: l’esperienza consolidata crea un paradigma, una «costellazione di concetti, percezioni, consuetudini e valori che creano una particolare visione della realtà». Il paradigma è utile perché ti permette di lavorare in modo efficiente, senza dover reinventare tutto ogni volta. Ma diventa anche una gabbia, perché finisci per vedere solo ciò che il paradigma ti permette di vedere. Vedere uno studente che arriva in ritardo e pensare automaticamente «è sempre il solito disorganizzato» non è osservazione, è il paradigma che interpreta al posto tuo. Fermarsi e chiedersi «cosa sta succedendo nella sua vita in questo momento?» richiede sforzo intenzionale per uscire dal paradigma. Il problema è che quando crediamo di aver già capito, smettiamo di ascoltare davvero.

Ma cosa significa concretamente ‘comprendere’ nel contesto educativo? Significa ricostruire il mondo come lo vede lo studente. Quando uno studente dice «questa materia non mi serve a niente», la reazione istintiva dell’insegnante è spiegare perché invece serve, difendere il valore della disciplina. Comprendere richiederebbe invece chiedersi: cosa intende esattamente con ‘servire’? Quale futuro immagina per sé? Cosa gli hanno detto della vita dopo la scuola? Quali esperienze ha avuto che lo portano a questa conclusione? Nelle prossime righe cercherò di spiegare come arrivare a ciò.

Prima di entrare negli strumenti operativi, serve però capire come funziona il processo del design thinking nel suo insieme. Perché dividere il lavoro in fasi? La suddivisione in fasi ci aiuta a non stressarci e a non correre verso soluzioni premature. Ogni fase ha un suo senso, un suo obiettivo specifico, e sapere che ‘alla soluzione ci arriveremo’ libera energia mentale per esplorare davvero il problema. Il design thinking separa nettamente due territori: lo spazio dei problemi e lo spazio delle soluzioni. Comprendere, osservare e definire il punto di vista sono le tre fasi dello spazio dei problemi. Solo dopo aver attraversato queste tre fasi si passa allo spazio delle soluzioni con ideazione, prototipazione e test. Questa separazione non è un vezzo metodologico, è una necessità cognitiva. Se cerchi soluzioni mentre stai ancora cercando di capire il problema, il tuo cervello farà shortcuts pericolosi: vedrà solo i problemi che sa già come risolvere e ignorerà tutto il resto.

C’è poi un altro aspetto fondamentale che distingue il design thinking da altri approcci: è un processo pluralista, non solitario. Il docente non fa design thinking DA SOLO e poi porta le soluzioni alla classe. Il design thinking si fa CON la classe, perché gli studenti sono gli utenti del sistema educativo e nessuno ‘sente’ meglio di loro cosa funziona e cosa no. Questo genera engagement autentico: gli studenti non sono destinatari passivi di cambiamenti decisi altrove, sono co-progettisti del loro ambiente di apprendimento. Qui il docente diventa facilitatore, come abbiamo visto negli articoli precedenti: non è più chi sa le risposte, ma chi crea le condizioni perché le risposte emergano dal gruppo.

Nel prossimo articolo vedremo come funziona concretamente la fase del comprendere attraverso un caso reale che ho seguito: i docenti di una classe media-superiore notavano che gli studenti partecipavano poco attivamente alle lezioni, preferendo rimanere passivi o distratti, nonostante gli argomenti fossero rilevanti e il materiale ben preparato. Volevano affrontare questo problema per capire le cause profonde. La fase del comprendere si appoggia su quattro strumenti principali, ognuno con una funzione specifica:

  1. L’enunciato del problema – come formulare la domanda giusta senza presupporre soluzioni
  2. L’intervista empatica – far emergere il punto di vista dell’altro attraverso domande aperte
  3. Utenti estremi e utenti guida – scegliere strategicamente con chi parlare per amplificare le dinamiche
  4. Carte di risposta emotiva – bypassare il filtro razionale per accedere al vissuto emotivo

Li vedremo applicati al caso nel prossimo articolo. Una precisazione importante: non è necessario usarli tutti. Se hai poco tempo, se non conosci bene uno strumento, se come facilitatore non lo ‘senti’ tuo, puoi sceglierne uno o due. Certo, usarli tutti e quattro ti dà un quadro più completo, ma come si dice: se hai un limone, fai una limonata. Meglio fare bene uno strumento che farne male quattro.

Prossimo articolo: Comprendere senza giudicare: l’empatia come punto di partenza (Parte 2) – I quattro strumenti in azione


Valerio Zafferani

ESG Innovation Manager per l’Umbria, consulente e formatore specializzato in sostenibilità strategica e design thinking. Dopo aver operato come imprenditore per 15 anni, ha canalizzato la sua attenzione per la sostenibilità focalizzandosi sulle politiche ESG e sull’innovazione organizzativa. Nel 2025 ha collaborato con il Gruppo Spaggiari di Parma nella formazione di insegnanti delle scuole primarie e secondarie sull’applicazione del design thinking alla didattica. È autore di ‘Quanto Basta’ (Intermedia Edizioni, 2021) e ‘Shift – Da costo a investimento: sostenibilità strategica per l’impresa del domani’ (Amazon KDP, 2025). Il suo prossimo libro ‘Rompitratta – Sull’abbracciare la complessità’ è in uscita nella primavera 2026. Ha conseguito la laurea in scienze dell’amministrazione presso l’università di Siena e ha completato tre master alla 24 Ore Business School: gestione e strategia d’impresa, marketing e comunicazione, HR e sostenibilità. È anchorman del programma YouTube ‘Un’ora con…’, dove intervista professionisti e imprenditori per promuovere la cultura aziendale e sociale.

Valerio Zafferani
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