Il giudice legge la sentenza, l’interprete la traduce. Lui – collegato da remoto – non fa una piega, poi prende brevemente la parola nella sua lingua. L’interprete ascolta e poi riferisce: «Vuole sapere solo se la moglie è viva o è morta». Fatiha El Afghani, 44 anni, è ancora viva.
Circa una settimana fa, a poco meno di un mese da quel terribile sabato pomeriggio in cui il marito Mohamed El Messaoudi l’ha attesa a bordo di un autobus per poi prenderla a martellate alla testa all’altezza di Santa Lucia di Stroncone, la donna è stata trasferita dal reparto di rianimazione a quello di neurochirurgia dell’ospedale ‘Santa Maria’ di Terni. Un piccolo segnale di speranza, una luce in un quadro fatto di conseguenze gravissime, devastanti.
Nel processo che giovedì ha visto il 43enne condannato a Terni per maltrattamenti – ovvero esclusivamente per i fatti per cui era stato arrestato dai carabinieri nella notte fra il 1° e il 2 aprile scorsi – Mohamed El Messaoudi ha rilasciato spontanee dichiarazioni, riferite – come gli è stato raccomandato dallo stesso giudice – solo ai fatti contestuali e precedenti quell’arresto avvenuto nella casa familiare di via Rosselli, dopo la chiamata al 112 da parte della figlia adolescente della donna.
«Io non l’ho mai toccata – ha detto l’uomo, sempre con l’ausilio del traduttore -. Sì abbiamo discusso, anche con parole brutte, ma violenze no. Litigavamo come tutte le coppie. Io poi lavoravo a Trieste, ero fuori dieci giorni e tornavo per due-tre, poi ripartivo». Poi, asciugandosi le lacrime, ha sibilato un «mi dispiace». E in mezzo a queste frasi ha anche detto che era «geloso» della povera Fatiha.
Elemento, questo, raccolto anche dal pm Stefano Cerquetti nella sua requisitoria, in cui ha ricordato, fra le altre cose, come El Messaoudi attuasse un controllo opprimente sul telefono della donna, sul suo vestiario, sui suoi contatti, sul suo modo di vivere. La pena richiesta – tre anni e quattro mesi di reclusione in ragione della riduzione portata dal rito – è stata seguita da una condanna, da parte del giudice Ersilia Agnello, a due anni e quattro mesi oltre ad un risarcimento di 10 mila euro alla donna, parte civile attraverso l’avvocato Valentino Viali.
Nel procedimento in questione, il 43enne – ristretto nel carcere perugino di Capanne dove è stato trasferito nei giorni scorsi da quello di Terni – era difeso dall’avvocato Riccardo Ciampi. Che nell’arringa – oltre a sostenere come le lesioni fossero in realtà delle meno gravi ‘percosse’ già comprese nell’ipotesi di maltrattamenti, lettura poi condivisa dal tribunale – ha tenuto ben distinti i fatti oggetto del processo dal tragico tentato omicidio che ha portato l’uomo dietro le sbarre, dopo una ‘latitanza’ di due giorni e mezzo e l’arresto da parte dei carabinieri.
Tornando alla parte civile, l’avvocato Viali ha osservato, nel suo intervento, come «ascoltare parole che negano violenze sia una palese contraddizione con ciò che avevano riscontrato i carabinieri quella notte dopo l’intervento a casa di Fatiha, medicata anche al pronto soccorso». Per tacere di ciò che sarebbe accaduto da lì a neppure un mese dopo: sarà un altro processo, in futuro, a giudicare Mohamed El Messaoudi e la sua tragica brutalità.
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