di Gianni Giardinieri
‘Il primo passo per la saggezza è porre in discussione ogni cosa – e l’ultimo è venire a patti con ogni cosa’. Georg Christoph Lichtenberg, scrittore e scienziato (Ober-Ramstadt,1742-Gottingen 1799).
Partiamo da un presupposto imprescindibile: il calcio non è e non sarà mai la cosa più importante per una collettività, sia essa riunita in una città o in una nazione. Dunque si può viverne senza, almeno fino a quando non comincia il campionato per gli altri. Quelli che una squadra da tifare ce l’hanno. A Terni al momento la realtà è chiara: una squadra espressione della città tutta non c’è. C’era, ma è fallita.
Al suo posto, finora, due realtà: Stefano Bandecchi e la nascente Ternana Men (o Ternana 1925) e l’associazione ‘La Ternana siamo Noi’. La prima è opulenta, ragiona per ripartire dalla serie D, promette investimenti e rapide risalite nelle categorie professionistiche. Ma non ha un’anima, è una fusione fredda, un impasto insapore, incolore e autoreferenziale. Non scalda i cuori, non li fa battere di ternanità. Se ne prenda atto.
La seconda è l’esatto opposto, o quasi. Appassionata, espressione del tifo rossoverde (magari non proprio tutto ma la gran parte) ma povera in canna. O meglio, tanta buona volontà ma con risorse finanziarie limitate per l’idea di ripartire dai campi della periferia più ‘pregiata’, il campionato di Eccellenza. Se ne prenda ugualmente atto. Che si fa? Continuiamo così? Ha senso?
Umile proposta: troviamo, anzi trovate, un punto di incontro. Quelli bravi lo chiamano ‘punto di caduta’. Il presupposto è semplice: iniettare massicce trasfusioni di sangue rossoverde, attraverso l’associazione, in quella che sarà la ‘nuova Ternana’ di Stefano Bandecchi & Friends. Anche l’obiettivo è semplice: dare vita ad un’entità calcistica che metta tutti d’accordo. I ‘duri e puri’ del calcio popolare e gli amanti del ‘cuzzuramento’ del pallone ad ogni costo.
Gli strumenti: permettere all’associazione di avere quote societarie nel nascente club, nel rispetto, ovviamente, dei ‘pesi’ in campo ma con la possibilità, per esempio, di avere un proprio rappresentante nel consiglio di amministrazione, con funzioni consultive e di controllo. Senza potere di voto, se non sulle questioni identitarie: colori sociali, denominazione del club, stemma. Se poi il marchio, che racchiude tutto quanto sopra, fosse nella disponibilità dell’associazione, pronta a concederlo in comodato d’uso gratuito alla società, sarebbe ancora meglio.
Patti parasociali che permettano di definire gli ambiti operativi dell’associazione, come ad esempio il diritto di essere obbligatoriamente consultati sul prezzo dei biglietti e degli abbonamenti, sulle iniziative di beneficenza e di impatto sulla comunità locale. O ancora, clausole statutarie che permettano all’associazione di avere una prelazione sulle quote societarie in caso di disimpegno o vendita da parte della proprietà.
Conviene a tutti trovare un accordo: a Stefano Bandecchi per far si che la sua ‘creatura’ abbia un’anima e non sia ricordata solo come una soluzione artificiosa, all’associazione per avere la possibilità concreta di incidere nella gestione di un club che giocherebbe a Terni, con i colori rossoverdi e la viverna stampata sul petto.
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