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Home » Disabili contro disabili: «Basta lotta di piazza»

Disabili contro disabili: «Basta lotta di piazza»

di Francesca Torricelli
25 Settembre 2016
in Altre notizie, Attualità, Politica
Tempo di lettura: 3 minuti di lettura
Yari Lupattelli

Yari Lupattelli

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di A.V.

«Non è più il tempo delle vacche grasse. Non si possono fare richieste continue alle istituzioni. Dobbiamo sederci a un tavolo serio, ragionare e collaborare con loro». È questa la posizione di Yari Lupattelli, «handicappato – si definisce lui – perché handicappato non è una parolaccia, è una definizione di quello che siamo» che ha contattato umbriaOn per rispondere alla protesta di giovedì all’Usl Umbria 2, durante la quale si sono riuniti i genitori di bambini con disabilità, gli adulti con disabilità e le loro famiglie per richiedere di rispettare i loro diritti. E la sua presa di posizione pare di quelle destinate a non passare inosservate.

Neuropsichiatria infantile «Ci si deve mettere d’accordo – continua Yari – perché ogni handicappato ha i familiari che gli stanno dietro. Richiedendo un primario di neuropsichiatria infantile non si risolve il problema. Non è che la situazione non va avanti perché non c’è un primario. E poi dobbiamo dire che non è vero che mancano le figure professionali che lavorano nella struttura, sono poche, ma ci sono. È anche la prima volta che il governo non si è dimenticato dell’Umbria, e ci ha consentito di iniziare un percorso con il Sia (Sistema di inclusione attiva) e inoltre la regione ha investito creando un Sia regionale che va a superare i requisiti richiesti dal Sia nazionale coprendo ancora di più la fascia di non abbienti. Abbiamo iniziato questo percorso portiamolo avanti». Giovedì mattina, associazioni e familiari dei disabili, chiedevano di trovare un primario definitivo per la neuropsichiatria infantile, «rimasta per troppo tempo senza qualcuno a capo. Per troppo tempo, infatti, non c’è stato nessuno che assicurasse continuità e globalità garantendo l’appropriatezza degli interventi sulle caratteristiche di ogni bambino. Ma fondamentali sono anche le figure professionali che devono seguire i ragazzi come, ad esempio, il neurofisiatra o il logopedista, figure che però nella struttura mancano».

LA POSIZIONE DI YARI – VIDEO

Scuole La teoria di Yari è dirompente: «Cominciamo a ragionare sulle condizioni degli handicappati. È opportuno che i genitori prendano coscienza del fatto che i figli sono disabili. Fatta la scuola dell’obbligo – dice deciso – devono fare altre scelte, anche per non rallentare il programma curriculare degli altri studenti. Dobbiamo ragionare sul fatto che i disabili non sono tutti uguali, ognuno ha delle necessità e le famiglie stesse non possono pretendere che i figli siano persone normali. Bisogna valutare la condizione. Se non c’è voglia di capire e di mettersi intorno a un tavolo e ragionare non andiamo da nessuna parte».

Borse terapeutiche Anche sulle ‘borse terapeutiche’ Yari Lupattelli è in completo disaccordo con chi protesta: «Prima bisogna documentarsi. Nella legge 68/99, infatti, si legge che le aziende entro il 31 marzo di ogni anno devono inviare un prospetto in cui si occupano i posti disponibili per i disabili, am queste non hanno nessun obbligo di assunzione». A spiegare la situazione delle ‘borse terapeutiche’, giovedì, era stata Maria Grazia: «Con queste borse gli assistenti sociali dovrebbero tracciare un profilo ad personam del disabile, formarli per il lavoro più adatto a loro e poi dovrebbero essere assunti. Invece ai ragazzi dicono di guardare sul portale dell’ufficio collocamento quali lavori sono disponibili e quando vedono che si ricercano idraulici, meccanici ecc. e non c’è nulla per loro si demoralizzano».

Slogan Ma Yari non ha intenzione di cedere di un solo centimetro: «È ora che cominciamo a ragionare seriamente. Non possiamo andar avanti per slogan. Serve un tavolo serio in cui le famiglie si rendano conto delle situazioni dei loro congiunti. Non possiamo vivere nella ritrosìa. Dobbiamo realisticamente andare avanti e basta con le lotte di piazza, il ’68 è finito. Non andiamo dentro gli uffici per non fare nulla. Andiamo avanti, ragioniamo e collaboriamo, rendiamoci conto dei limiti, assumiamoci le nostre responsabilità e prendiamo atto della situazione. Aprire qualche centro in più non è una bestemmia. Diamo lavoro agli operatori che con le ore che vanno a casa nn ci si fa niente. È finito il tempo dell’assistenzialismo ‘tout court’. Se non si ragiona, e non si collabora, le richieste rimangono solo richieste».

 

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